I millennials, la cultura, il digitale: custodi di valori, artefici del proprio destino I millennials, la cultura, il digitale: custodi di valori, artefici del proprio destino

I millennials, la cultura, il digitale: custodi di valori, artefici del proprio destino

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Ma siamo poi così sicuri che le giovani "generazioni connesse" siano collegate alla rete ma scollegate dalla realtà, oppure sono le generazioni precedenti ad aver cercato di dare una spiegazione semplice a un fenomeno complesso?

A leggere il XI Rapporto dell'Associazione Civita "Millennials e cultura nell'era digitale" il dubbio appare sempre più legittimo.

Nel corposo documento, presentato giovedì 4 Aprile alla Galleria Nazionale di Roma, i due gruppi oggetto dell'indagine (i Millennials*, da 18 a 32 anni e i Centennials*, da 15 a 17 anni) mostrano di avere un rapporto molto più articolato, per cominciare, con la cultura. In particolare, mentre i primi mostrano di essere soprattuto "custodi" di valori "tradizionali" (la famiglia, la salute, l'amore), i secondi sono più affini a pilastri come l'amicizia, ma soprattutto a categorie della trasformazione come la curiosità e la creatività.

Nell'era digitale dunque più si è giovani, più ci si autorappresenta come "artefici" del proprio destino, indipendentemente dall'eredità lasciata dalla generazione precedente, che forse non ha tutti gli strumenti per comprendere i nuovi criteri con cui gli adolescenti definiscono la propria identità. Uno schema in cui, anzitutto,  la cultura è  "esplorazione di proposte creative considerate proprie ed originali, discontinue, anche se non in conflitto, con il ruolo genitoriale e le figure istituzionali".

Non quindi "ragazzi che si chiudono nelle loro camerette a smanettare su piccoli schermi per fuggire dalle responsabilità", come spesso leggiamo sui giornali. Ma anzi, soggetti attivi che cercano di adattarsi a contesti disorganici, cercando di dare un senso nuovo al significato stesso di cultura.

Il Presidente dell'Associazione Civita Gianni Letta introduce i lavori

"Tesa fra la dimensione ludica (centennials*) e quella funzionale (millennials*)" - recita il rapporto - "la cultura è interpretata come un patrimonio consolidato cui attingere o da conquistare, ma anche come un campo di sperimentazione nel quale cimentarsi."

Non è un caso quindi che tra i canali d'informazione culturale risultino essere in netto vantaggio i siti web e le piattaforme di social networking, a spese dei mezzi di comunicazione tradizionali che cedono il passo soprattutto per la poca propensione al dialogo e la tendenza a imporre una costruzione di senso eterodiretta. Ma anche qui la sorpresa è dietro l'angolo: i giovani, più che "consumare cultura" sul web, considerano la rete - correttamente - come un mezzo per orientare e ridefinire i propri consumi culturali nel mondo reale, dove la fanno da padrone il cinema, i musei, e - a sorpresa, ma non troppo - i "festival", e cioè quei grandi momenti di aggregazione fisica che ricostruiscono nelle nostre città le comunanze di interessi scoperte e coltivate online.

Insospettabilmente forte, inoltre, è ancora il potere di attrazione del cartaceo (la parola scritta, i romanzi e i saggi) e dell'immediatamente tangibile: il design e l'architettura, che per decenni abbiamo creduto essere discipline isolate nei circoli degli addetti ai lavori, e che invece attraversano per intero le vite e gli immaginari dei nostri giovani, fornendo loro indizi per costruire stili e modi di essere, quindi "nuove culture" intorno alle quali aggregarsi e riconoscersi.

 

Certo, il web offre anche loro una "finestra performativa" che permette alle attività creative di rappresentare uno strumento di affermazione identitaria. "Suonare, cantare, scrivere musica", ma anche "dipingere, scolpire, fotografare" sono le attività creative predilette, e questo non può stupirci più di tanto. Ma la funzione ispiratrice degli spazi deputati "del mondo reale"  (ancora il cinema, il teatro, il museo) non cede il passo, e si mostra ancora strettamente correlata non solo all'atto creativo individuale e alle sue conseguenze sociali.

Da ultimo, l'indagine ci offre un allarme sui costi del consumo culturale e su quella che viene percepita come la scarsità complessiva dell'offerta culturale. Il digital overload del senso che ci colpisce attraverso decine di schermi al giorno non trova un'adeguata competizione in ciò che le città (soprattutto le piccole città) sono in grado di proporre alle giovani generazioni. Più che ostinarsi a sfidare la rete in una battaglia persa in partenza, quella per conquistare l'attenzione, la lezione da trarre per le istituzioni culturali è dunque quella di costruire ponti verso le esperienze digitali, piuttosto che alzare muri. Molti musei, teatri, editori tradizionali lo stanno già facendo, aprendosi a esperienze nuove e irrituali. Ora si tratta di convincere gli altri, pena una progressiva, inesorabile, irrilevanza.

* Il Rapporto, in premessa, distingue la categoria dei Millennials (Generazione X, dai 18 ai 32 anni) da quella dei Centennial (Generazione Z, dai 15 ai 17), secondo un criterio non completamente consolidato in analisi simili ma ormai largamente accettato.