RACCONTO

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Guardi il tuo riflesso su un finestrino in treno. Ti senti diverso, quasi solo. Poi ritrovi l'#uguaglianza in due occhi di fronte. #wehaveadream

CAROLINA PELOSI@CarolCimPelosi

 Ma uguale a chi?

Sono cresciuta un pochino male, io.
Mi sono imposta, da sempre, di non voler stringere troppo con gli abitanti del mio paese. Che quelli sono solo approfittatori. Ho pensato bene di lasciar perdere, di parlare l’indispensabile, di non ridere troppo. Perché se ridi, là in mezzo, pensano di averti fatto fesso. Pensano che sei uno di loro.
Pensano che ti possono chiamare il sabato sera per una birra giù al pub. E a me, solo l’idea, fa salire il vomito. Li ho capiti da subito, io, non mi è servito neanche averci a che fare.
Mia madre, invece, non ha mai voluto capire. Lei l’ha sempre vista come una malattia, questa mia preoccupazione di non volermi mischiare con loro. Per lei, ero io quella sbagliata.
Si dice che nella vita di una persona, prima o poi, arrivi un’eccezione.
Io la mia eccezione l’avevo incontrata tra i banchi di scuola, al liceo. Lui se ne stava al banchetto vicino la finestra, spesso guardava fuori e si perdeva, spesso la prof. lo doveva chiamare per nome per riportarlo in mezzo a noi.
Due o tre volte, al giorno, rivolgeva parola a qualcuno, per chiedere una gomma o per chiedere la pagina che ci avevano detto di studiare, che probabilmente in quel momento lui stava guardando fuori, di nuovo.
Qualche giorno, invece, se ne stava in silenzio tutto il tempo e disegnava.
Io lo guardavo, ma lui non se accorgeva mai.
Un giorno guardai fuori dalla finestra pure io e là era senza dubbio più bello.
Là, nel parco della scuola, c’erano gli alberi almeno. Lui cercava di scappare, come ho sempre fatto io. Glielo chiesi, un giorno, che pensava nei suoi silenzi e nei suoi disegni e guardando gli alberi. Lui mi guardò per cinque secondi, zitto e fisso negli occhi. “Quello che pensi tu”, mi rispose poi.
Ci eravamo guardati, avevamo pensato le stesse cose l’uno dell’altro, ci eravamo sentiti un po’ meno soli e avevamo avuto il coraggio di dircelo solo dopo tre mesi di scuola.
Ci eravamo trovati e allora avevamo cominciato a parlarci, a vederci, a crescere e a considerarci una gran bella salvezza. A mia madre lui piaceva e mi vedeva un po’ meno matta, almeno non me ne stavo da sola a pensare chissà che. Un giorno mi regalò un braccialetto, lui ne aveva uno uguale.
Doveva essere il segno del nostro legame. Un legame che doveva arrivare lontano, più lontano di noi. Ci eravamo promessi l’eternità. Ma il tempo ci ha fottuti. E ha fatto prima di noi.
Un giorno è scoppiato tutto.
Un giorno ci siamo urlati in faccia tanta di quella rabbia, che sembrava quasi ci stessimo vendicando di tutta la solitudine che avevamo provato.
Un giorno pioveva forte e lui scomparve sotto la pioggia. E dalla mia vita.
Non mi sono riconosciuta mai più in nessun altro. Non volevo. Nonostante ci fossimo detti addio, mi sembrava di fargli un torto.
Poi, dopo tanto buio, avevo scoperto che se n’era andato. Si era trasferito per l’università. Eravamo veramente troppo lontani.
Ma ho preso il coraggio tra le mani.
Ho ingoiato tante lacrime.
Ho sentito sulla pelle tanta solitudine. Più di quella che avevo già provato, prima di lui. Prima di noi.
Sono partita e lo volevo trovare e gli volevo parlare. Glielo dovevo dire che mi aveva lasciato il vuoto più incolmabile dentro. Glielo dovevo dire che gli altri mi sembravano sempre più diversi da me e che io mi sentivo sola.

Ci sono riuscita, alla fine. Con troppa paura negli occhi, gli ho parlato. E lui mi ha guardata per tutto il tempo muto, come se non ci credesse. Come se io fossi un fantasma. E la mia voce sputava fiumi di parole e io non mi sono sentita in me neanche mezzo secondo. Mi è sembrato me le stessero strappando dal petto le cose che ho detto. Però non è bastato. Si è sentita la distanza che si è messa tra noi. E si è sentita forte, ormai è indistruttibile. La sua vita è cambiata. La mia è rimasta la stessa, ma la sua no ed io non posso ficcarmici in mezzo come se fosse niente. O almeno, non posso deciderlo io.
Allora, con quest’atroce consapevolezza, sono ripartita promettendomi di non guardare più indietro.
In treno mi è tornato tutto alla mente. E ho capito che sarebbe successo ancora e ancora. Che certe immagini non se ne sarebbero mai andate e sarebbero rimaste nella mia testa a vita.
Il mio riflesso sul finestrino mi ha quasi urlato quanto fossi sola, per tutto il viaggio.

Poi ho incrociato gli occhi di qualcuno di fronte a me. Ha guardato fuori dal finestrino, perdendosi, per quasi tutto il tempo. Abbiamo sorriso insieme.

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