RACCONTO

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#Uguaglianza è la conquista a cui ogni uomo deve aspirare per l'autentica affermazione della libertà propria e dei suoi simili #wehaveadream

LUCIA MAZZUCA@LucyXVI

 Dialogo con Martin

Era una tiepida giornata di fine estate a Montgomery e, nonostante i nembi grigi facessero presagire l’arrivo di una minacciosa tempesta, i passi di Steven lungo il viale alberato del parco non davano segni di volersi affrettare verso la strada di casa. Come succedeva ormai da dieci anni, e cioè da quando aveva abbandonato l’Europa per lasciarsi alle spalle i brandelli di una vita irrimediabilmente lacerata dall’internamento nel campo di Birkenau, Steven soleva trascorrere gran parte delle sue giornate passeggiando nel parco antistante la sua dimora, per poi adagiarsi sulla panchina posta alla fine del viale e osservare in solitudine ciò che lo circondava. Anche quel giorno di fine estate del 1955 Steven sedette sulla “sua” panchina e, dopo aver deposto il giornale che aveva in mano, indirizzò il suo sguardo su un gruppo di bambini che, spaventati dal grigiore del cielo, avevano smesso di giocare e si accingevano frettolosi a tornare a casa.
Mentre li osservava, un’espressione di afflizione colse il suo viso, quasi come se addebitasse al cielo l’orrenda colpa di aver posto fine ai momenti di gioia e di spensieratezza dei bambini, che stavano ormai varcando l’uscita del parco.

I suoi pensieri furono, però, interrotti dall’irrompere di una voce: “Permette, posso sedere?” Proveniva da un uomo alto, robusto, sulla trentina e con una Bibbia in mano. “Prego, faccia pure. Ero solo, qui, a riflettere su quanto crudele possa essere il cielo in certi momenti” rispose Steven.
“Bhè, io credo che il cielo c’entri poco con la crudeltà che caratterizza certi avvenimenti”, ribatté l’uomo mentre sedeva sulla panchina, “vede, io sono nero come moltissimi altri abitanti di questa città e di tutti gli Stati Uniti, e non credo che il cielo abbia colpe se a noi viene imposto di alzarci e cedere il posto sull’autobus a persone bianche, rischiando anche di essere malmenati e arrestati se disobbediamo alla regola. Io credo che sotto il cielo, sotto le stelle ogni uomo è uguale all’altro. Ma a causa di assurdi e inumani meccanismi questo senso innato di uguaglianza viene brutalmente violato a tal punto da rendere alcuni uomini schiavi degli altri. Negando l’uguaglianza si autorizza l’annientamento dell’uomo libero. Capisce cosa intendo?”

Steven aveva ascoltato con profonda attenzione le parole del signore che gli sedeva accanto, in fondo esse avevano colto, pur nella loro brevità, tanti disumani aspetti della sua prigionia a Birkenau. Così sentenziò: “Buon uomo, vede, io non so dirle cosa sia per me il senso di uguaglianza… a volte mi sembra solo un vago ideale sepolto, altre volte una faccenda complicata che non riguarda questo mondo. Posso, però, dirle cosa non è l’uguaglianza. Questo lo so. E non perché è un pensiero su cui ho riflettuto, o un falso mito che cerco di combattere. So cosa non è l’uguaglianza, perché l’ho vissuta. Ho vissuto sulla mia pelle le conseguenze del non essere uguale agli altri, e ne sono prigioniero tuttora”.

L’uomo intuì in quel momento quale fosse la terribile tragedia di Steven.
Avrebbe voluto interrompere la conversazione per evitare che questi riportasse alla memoria immagini ed emozioni strazianti, ma non proferì parola e continuò ad ascoltarlo.
“Non fu il confinamento a Birkenau a farmi scoprire di non essere uguale agli altri. Questa dura consapevolezza la maturai sin da bambino ogni volta che gli sguardi di disprezzo degli altri si posavano su di me, ogni volta che gli altri bambini non volevano giocassi con loro, ogni volta che sentivo piangere disperatamente mio padre per gli inspiegabili soprusi subiti. Ero ebreo e non potevo essere libero. Non potevo avere sogni e non potevo essere felice. Non potevo avere un domani e neanche immaginarlo. I segni che Birkenau mi ha lasciato sul corpo un giorno andranno via forse, ma le ferite che ho nell’animo bruceranno per sempre. Questo ha voluto dire per me non essere considerato un uomo libero e uguale agli altri, e prima di tutto, un uomo”.
L’uomo cercò di nascondere la commozione scaturita dalle parole di Steven e intervenne: “Sbaglieremmo a considerare l’uguaglianza un ideale che non faccia parte di questo mondo e, allo stesso modo, un semplice ideale. Io credo che sia piuttosto una conquista, una dura conquista, da perseguire ogni singolo giorno affinché nessun ebreo, nessun nero, nessun essere umano debba mai portare con sé ferite in grado di bruciare per sempre”.

Steven per la prima volta aveva trovato nelle parole e nello sguardo di una persona “diversa” da lui, quel senso di comune appartenenza, di valori ed emozioni condivise che le vicende della sua vita avevano tragicamente oscurato. Disse: “Buon uomo, sono sicuro che la conquista di cui parla sarà acerrima ma, alla fine, porterà un risultato ineguagliabile: la libertà, quella autentica, per tutti. Prima che scoppi il temporale, avrei piacere a conoscere il suo nome.. Io sono Steven”.
“Michael King, ma tutti mi chiamano Martin” rispose l’uomo.
I due si alzarono dalla panchina e intrapresero ciascuno la propria strada verso casa, quando le prime gocce di pioggia iniziarono a scendere lungo il viale alberato del parco.

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