RACCONTO

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#uguaglianza non è nel colore della pelle, ma in quello dell'anima. #wehaveadream

NICOLA CASTELLO@nicola_castello

 Vento

Vento. Vento gelido, tagliente. Vento gelido che sferza il viso e sembra gettargli contro tanti piccoli aghi ghiacciati. Vento gelido, che sferza il viso e toglie il respiro, rendendolo profondo ed affannoso. Vento gelido, che sferza il viso e toglie il respiro e la sensibilità alle dita, che potresti quasi tagliarle senza sentirne dolore. Vento gelido, che sferza il viso e toglie il respiro e la sensibilità alle dita e che fa lacrimare gli occhi, facendo apparire il mondo lucido e tremolante.

Passi incerti, sospesi tra la nuvole e il cielo. Sentieri di legno e chiodi, in bilico tra scheletri di ferro e di cemento. Milos avanza piano, un passo dopo l’altro; passi lenti e misurati. Tra un passo e l’altro, in equilibrio instabile, tutta la sua vita. Sulle spalle il carico di una moglie, di una figlia e dei mille chilometri clandestini che li separano. Il sole brilla, splendente di luce fredda, ad illuminare quei passi incerti ed il cammino che li segna.

Basta poco, meno di un attimo, poco più di un breve istante, un soffio di nulla. Milos non ha mai volato in vita sua; distanze scandite da gomme e ferro, da asfalto e binari. Da bambino guardava gli aerei che disegnavano strani ghirigori di fumi nel cielo limpido e pulito della sua terra. E sognava di volare. Sognava che un giorno, uno di quei grandi uccelli di metallo avrebbe portato via, lontano, il suo corpo, il suo spirito, i suoi sogni, le sue speranze, la sua fame. Ma i sogni di un bambino sono spesso destinati a rimanere tali e a dissolversi nelle nebbie dell’alba di un mattino. Non è mai riuscito il piccolo Milos a volare. Fino ad oggi. Adesso vola Milos. C’è l’ha fatta. Il vento gelido gli sferza il viso, gli toglie il respiro, gli fa lacrimare gli occhi mentre la sua vita gli vola accanto. Vola più veloce di lui, la sua breve vita. E taglia il traguardo prima di lui.

Un sapore strano in bocca. Un gusto misto di dolce e salato, di lacrime, sangue e sudore. È leggero Milos; non sente più il peso del suo corpo, dei suoi affanni e dei mille chilometri clandestini.

Si solleva di nuovo. Ma stavolta non sta volando. Mani che lo afferrano, lo sollevano, lo trasportano.

“ok su dai portatelo via, sbrigatevi. Dobbiamo liberarci del corpo”

“ma è ancora vivo, respira ancora”

“ho detto che dovete portarlo via, lasciatelo dove cazzo vi pare ma portatelo via da qui”

“…”

“e poi che vi frega di lui, non è nemmeno nero come voi; è solo un clandestino dell’est, non so nemmeno da che Paese provenga”

“…”

“…”

“la sua pelle non è nera, è vero, ma il suo sangue è rosso, è rosso come il nostro…”


Sirene. Sempre più forti. Sempre più vicine. Luci azzurre e rosse che si spengono e si accendono. A Milos ricordano il Natale a casa sua. Tubi ed aghi che trafiggono la carne ancora viva.
Sirene. Sempre più deboli. Sempre più lontane…

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