RACCONTO

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In utero e in morte l'#uguaglianza. In mezzo il coraggio per affrontare disuguaglianze e affermare la propria "diversità". #wehaveadream

GIULIANO CASSATARO@CassatGiuliano

 E' scritto d'amore e d'inchiostro il nome madre

“Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo della sofferenza… senza discriminazioni di età, di sesso, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale e di ideologia”. Lo avevo letto proprio io il Codice di Deontologia medica il giorno della mia laurea in Medicina, in un’aula magna stracolma di gente. “Senza discriminazioni di condizione sociale”. E invece ero lì, in quella corsia di Ostetricia ch’era da tre anni ormai la mia seconda casa, a far preparare la stanza per la figlia del commendatore. “Se ne occupi lei, dottore. Faccia in modo che tutto sia perfetto! La mia cliente sarà qui dopodomani alle otto in punto”. Così mi aveva ordinato il direttore. L’aveva chiamata cliente la figlia del commendatore, e tale era stata per lui, una ricca cliente per nove lunghi mesi. Un brivido mi corre lungo la schiena ogni volta che un medico pronuncia la parola cliente, sarà che io do importanza alle parole più che al denaro, mi è stato insegnato che paziente viene da patior, “soffrire”.
Quando sto in Ostetricia le chiamo signore, indipendentemente dal fatto che sian coniugate, ché tanto pazienti lo diverranno ugualmente quando le prenderà il dolore del parto. Anche quella volta il brivido mi attraversò la schiena, atteggiai un sorriso e vestii l’abito dell’obbedienza, “Va bene, professore” risposi. Per due giorni fui il regista di una pièce ridicola, a impartire direttive impartitemi per rendere adeguatamente accogliente un ambiente che doveva trasformarsi da modesta stanza d’ospedale universitario a salotto di una clinica per gente dabbene.

La cliente arrivò puntuale. Una rotonda signora alla trentaquattresima settimana di gravidanza. Sul volto un’espressione di profonda tristezza. Lei ed il marito quel bambino non lo volevano, mi era stato detto da una collega. Eran pronti a dimenticare tutti gli sforzi compiuti per averlo: superare l’onta dell’infertilità, accettare di sottoporsi all’inseminazione artificiale, primo secondo terzo tentativo… e tutto il denaro buttato via per nulla. La vita era stata crudele con loro, la scienza aveva saputo regalargli solo un bambino malato: anoftalmia bilaterale e agenesia renale monolaterale. Lei era lì solo perché glielo estirpassero dal ventre quell’essere… Poi lo avrebbe abbandonato, che se lo prendesse la scienza quel bambino malato. Di abortire non aveva voluto saperne, il suo rigorismo cattolico non glielo consentiva, ma tenerlo dopo la nascita no.

Quello stesso giorno arrivò in reparto Michela. La teneva per mano sua moglie. Un anno prima avevano suggellato il loro amore in America, matrimonio made in USA. La sua pancia era tonda: anche il suo bambino era made in USA, come il suo matrimonio. Un velo di preoccupazione le oscurava il volto. Quella mattina, al risveglio, aveva trovato del sangue… Io ero di turno in pronto soccorso. “Dottore, il battito… Mi faccia sentire il battito del cuore!”, così mi implorava distesa sul lettino mentre muovevo la sonda dell’ecografo sul suo ventre. E fu straziante non vedere lo sfarfallio del cuore sul monitor; il microfono mi avrebbe dato conferma restituendomi un silenzio assordante. Non ci fu bisogno di parole. Gli occhi di Michela erano già colmi di lacrime. In quella fredda mattina d’inverno si frantumava il suo sogno di diventare madre e quello di sua moglie, di diventare madre anche lei. Crollava il castello degli sforzi compiuti per organizzare quel viaggio in America, per accedere alla banca del seme, per accogliere in sé quel bambino che avrebbe portato nel mondo in cui aveva combattuto per farsi accettare, per affermare il suo diritto di donna di moglie di madre “diversa”, non uguale…

Due donne, due tagli cesarei: uno per far nascere un bambino malato, l’altro per portare al mondo un corpo senza vita. Due donne, due mogli, due stanze d’ospedale. Due dolori diversi, diseguali…

Due giorni dopo aver partorito il suo bambino, Michela entrò nella stanza medici, avvolta nella sua vestaglia bianca: “Lo allatto io, Eugenio!”, disse, e squarciò il brusio delle voci sommesse. Aveva origliato i discorsi tra me e i miei colleghi. La figlia del commendatore era andata via due giorni dopo il cesareo, non aveva voluto neppure vederlo Eugenio, di-nobile-origine, così lo avevamo chiamato noi medici quel bambino malato. Il latte materno era necessario per la sua prima immunizzazione, lo sapevamo bene. E c’era lei, Michela, con le sue mammelle turgide che non avevan potuto allattare. Ma come avremmo potuto penetrare quella cortina di dolore e proporle di offrirsi?

La vita, a volte, accorcia i percorsi: Eugenio aveva chiamato a sé quella madre mancata. E fu un incontro d’amore! Michela non mancava mai all’appuntamento: l’ora del latte era diventata l’ora d’amore. Glielo lessi chiaro negli occhi una mattina, mentre allattava Eugenio sotto lo sguardo attento di sua moglie: quel bambino volevano adottarlo. Sì, la vita, a volte, accorcia i percorsi, la società spesso li rende impraticabili, pieni di ostacoli. Eppure c’era uno spazio bianco sul braccialetto al polso di Eugenio, lo spazio, vuoto, che aspettava un nome di madre; eppure c’era l’amore tra quelle due madri-mancate, per quel bambino malato. Ma l’amore tra due donne non ha sufficiente inchiostro per scrivere un nome di madre sul braccialetto di un neonato.

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