RACCONTO

tweet
#uguaglianza è il nome che ognuno dà ai propri desideri #wehaveadream

ANTONELLA SALAMONE@SalamonAnto

 Quanto vale un desiderio?

Quanto vale un desiderio, ve lo siete mai chiesto?
Io sì e uno l’ho pure barattato, permutato quel giorno che la fiera dei sogni è arrivata in città.
La aspettavo da così tanti anni che attendendola avevo speso tutti quei desideri che tenevo velati.
Alcuni mi erano stati addirittura rubati.
Che poi l'avrei nascosti meglio i miei desideri, io. A saperlo dei ladri, dei vigliacchi che mi hanno messo sottosopra i cassetti. Per ognuno, dentro, proprio lì sul fondo, bagnati dall'odore del compensato loro poggiavano. Li avevo ordinati, assettati. È vero, lo ammetto, non aprivo quei cassetti da tempo, ma sapevo che i miei desideri stavano lì come io li avevo sistemati.
Magari ci fosse stata la polvere a coprirli, a nasconderli come solo la polvere sa fare quando cade tra il cielo e la terra e tutto può e tutto cela. Quel giorno però, quando la fiera era arrivata in città annunciata da un cantastorie che suonava la lira, mi sono ricordata di averne, forse, ancora uno.
Mi sono fiondata in cucina e mia mamma, conoscendomi, era lì che attendeva con lo sportello aperto del freezer: un bel pennuto farcito di illusioni conteneva il mio ultimo desiderio.
Ma come si fa a sghiacciare una speranza congelata quando le delusioni fuori raggiungono temperature da assideramento?
“Stai andando alla Fiera dei Sogni, lì non hanno microonde, hanno fornaci!”.
Ho cominciato a correre, come solo i pensieri sanno correre; tenevo stretto il mio desiderio in mano che nonostante il freddo gocciolava ed è stato lì, in quel preciso istante, che ne vidi per la prima volta il viso. La superavo e sorpassandola ne leggevo il nome stampato su una targhetta: Libertà.
Eravamo uguali, ero libera. Non ero più l’ultimo chicco di pasta rimasto nella pentola, l’ultima goccia di doccia finita nel piatto: l’entrata della fiera dei sogni era davanti ai miei occhi.
Sembrava proprio un circo. Un grande tendone illuminato. La lira accompagnava le immagini di ognuno e offriva un sottofondo di gioia ovattata.
Il cantastorie raccontava. “Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo”.
Io invece avevo il mio ultimo desiderio e lo volevo vendere, ma non sapevo ancora che valore avesse. Né quanto pesasse. Stava dentro la mia mano, lo giravo e rigiravo tra le dita.
Tante persone mi passavano accanto. Mi urtavano e mi colpivano trascinando a fatica degli scatoloni di cui non sopportavano il peso. Altri arrivavano invece con dei sacchi così pieni e colmi che sembravano raccolte nascoste di provviste di interi mesi in periodi di fame. Mi facevano pensare a mia nonna e ai suoi racconti di guerra, alle sue cipolle raggrinzite, collezionate come oggetti preziosi nelle cantine di campagna.
Io stavo lì, col mio unico desiderio rimasto, piccolo e gelato e mi vergognavo di possederne solo uno in quel via vai di bisacce rigurgitanti aspirazioni e ambizioni. Ne avevo avuto nostalgia una volta, forse, rimpianto per non aver saputo desiderare abbastanza e quel giorno, in quel momento, mi intimidiva il non aver bramato a sufficienza.
Ero diversa come il desiderio che mi conteneva. La realtà aveva mantenuto le promesse denudandoci entrambi; ci aveva spogliati, svestiti, lasciati come spiriti senza scarpe. Un desiderio scalzo è un’idea che cammina sulla terra perché non sa più arrivare alle stelle. Un desiderio nudo è uno scheletro, l’intelaiatura vagante di una visione su cui prima, arrampicata, riuscivo a stare con la testa all’insù.
Fu in quella confusione che mi cadde. Mi scivolò dalle mani e ne persi le tracce. Sparito, come inghiottito da un girotondo di intenti che cominciavano a ballare seguendo una musica di sottofondo che era cambiata e si era fatta più veloce, incalzante, insistente.
Desideri sgomitanti che gareggiavano per farsi notare ed essere venduti.
“Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese”.
Era Libertà che parlava al microfono. Il mercato dei sogni era iniziato.
“E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali”.
Parlava del mio desiderio, non potevo crederci. Sfuggendomi dalle mani era arrivato ai suoi piedi. Libertà riusciva a leggerlo attraverso il ghiaccio: UGUAGLIANZA.
Barattandolo era diventato un sogno per tutti.
Quanto vale un desiderio, ve lo siete mai chiesto?
Se la risposta è no, vi consiglio di farlo, chissà che la Fiera dei Sogni, prima o poi, ritorni in città.

iovivoconnesso a #wehaveadream su telecomitalia.com