RACCONTO

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#uguaglianza Due persone saltellano sullo stesso trampolino, pronte a tuffarsi, sanno che il risultato dipende solo da loro.

NADIA BIANCO@pinky06_sere

 Non c'era più tempo

Partirono un martedì mattina, erano da poco passate le otto. Io e i mie genitori andammo a salutarli. Mio padre strinse la mano del signor Leone. Si fissarono, per un lungo momento, negli occhi. Non vi fu bisogno di parole. Il rispetto, la comprensione e la tristezza convivevano in quel gesto.
Cercammo di mostrarci sereni anche se facevamo fatica a nascondere la preoccupazione. Lele ed io eravamo insolitamente silenziosi. Lo aiutai a caricare la valigia e un paio di sedie, poi rimanemmo a bighellonare lì intorno, senza sapere bene cosa fare. Avevo le biglie in tasca però non le tirai fuori e pensai che neanche le figurine andavano bene.

Quando venne il momento di partire, il signor Leone si sedette vicino al guidatore. Lele, suo fratello più grande, la mamma e la nonna si sistemarono sul retro della vecchia camionetta che alcuni conoscenti avevano prestato. Era stata caricata all’inverosimile con mobili e vettovaglie di ogni tipo. Tutte cose che pensavano potessero servire nella loro nuova casa. Le avevano messe insieme in fretta. Non c’era più tempo.

La camionetta si avviò. Io rimasi, in mezzo alla strada, ad osservarli. Le braccio lungo il corpo, i pugni che si stringevano mentre pensavo che non potevo fermarli. Andavano nel ghetto. Non avevo capito bene perché dovevano trasferirsi o chi lo avesse deciso. Sapevo solo che non potevano più rimanere. Anche loro mi osservavano, dignitosi, quasi immobili, guardavano quella strada di cui erano stati parte per tanti anni. Visi familiari che si fingevano impegnati per non doverli salutare, i vecchi caseggiati e il negozio, la bottega di stoffe, che avevano dovuto chiudere qualche mese prima. Il futuro era incerto, il presente cupo. Lele era impaurito, si appoggiava alla madre cercando conforto. Non so perché ma gli strizzai l’occhio come avevo fatto tante volte quando condividevamo il segreto di una marachella. Lele rimase per un attimo sorpreso poi ricambio il mio gesto e sorrise. Era il mio migliore amico. Avevamo condiviso tutto fino a quel momento. La camionetta svoltò e io mi mossi verso casa. La testa bassa, le mani piantate nei pantaloni e la voglia di piangere che non riuscivo a frenare.

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