RACCONTO

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#Speranza di occhi che guardano il mondo per lacrimare lacrime piene. Lacrime che diano da bere. Alla terra, agli uomini. #wehaveadream

SARA MARIA SERAFINI@serrenett

 Billie Cristal

A Billie Cristal il salto mortale con lo skateboard non era mai riuscito.
Mai in vita sua, che dal punto di vista di un bambino di dieci anni, può essere un tempo corto o lunghissimo.
Tom Lay se ne sta alla fine della discesa con le braccia intrecciate a fatica su quella cavolo di pancia piena di merendine rubate alla ricreazione. Billie ha smesso di portarsele, tanto non riesce mai a mangiarne una.
Il dosso sterrato visto da lì è alto come una montagna, Billie ingoia la saliva un paio di volte prima di riuscire a liberare la bocca.

-Allora cagasotto, noi alle sette si torna a casa. Ci vuole molto?

Tom ha una voce roca, che sembra arrivare da un’altra città. I quattro amici sfigati che si è portato dietro gli fanno coro, fanno degli strani gesti con le mani, a ogni sua mossa si agitano.
Stavolta in palio c’è molto di più di una merendina.

Rebeca Stanford si tiene in disparte. Al riparo, tra le gonne colorate delle sue amiche del cuore. Li guarda schifata, ma le femmine le questioni d’onore non le capiscono mai. Un po’ abbassa lo sguardo, un po’ si tocca i capelli. Ha già tutto quello che le serve per diventare una vera stronza.

Eppure, è la ragione per cui Billie ha sfidato Tom a fare il salto.
Se la contendevano da mesi. Lei ovviamente all’oscuro di tutto.

E poi Tom aveva insistito, che lui era troppo cagasotto per invitarla a uscire.
Che non sapeva fare neanche il salto. Che non era un uomo. L’aveva guardato fisso negli occhi e aveva detto che se si lanciava giù col suo skateboard, lui lasciava stare.

Billie guarda la tavola di legno sotto ai suoi piedi. Raffigura un ragazzo più ganzo di lui che salta un muretto riuscendo a tenersi in equilibrio senza nemmeno usare le mani. La superficie, un tempo liscia, ha perso graffi di colore qua e là.

–Se mi spaccherò la faccia, almeno spero di farlo bene.

Immagina Rebeca raccontare alle amiche di loro due al cinema, al buio. A pensare di poter fare cose da grandi, senza averne il coraggio.
Chiude gli occhi e vede la sala, con le poltroncine rosse di velluto e quel silenzio intorno che sembra di fumo. Vede, lui seduto e Rebeca che fa quella cosa che fa sempre. Scivolare. Lei non cammina, scivola. Quando sono a scuola, non gli passa davvero davanti. Lei scivola. E anche questa volta, non si siede accanto a lui sulla poltroncina rossa, ma scivola.

Billie apre gli occhi e guarda verso Rebeca. Lei incrocia le sue iridi scure e per un attimo abbandona il suo piglio da snob elitaria e abbassa la testa. Forse, da qualche parte nel suo piccolo cervello sa che un suo si non vale la testa di Billie.

Ormai è fatta.
Billie appoggia il piede destro sullo skateboard e pulisce la suola dell’altro sul bordo, con cura. Come se fosse a conoscenza di qualche formula fisica per cui dall’attrito di quella suola dipendesse tutto.
Forse, prende solo tempo.
Ma di tempo, adesso, non ne ha più.

Ingoia l’ultimo ristagno di saliva. Ha un gusto strano. Amaro. Sa già di terra rossa. Poi si da una spinta col piede a terra e parte.

Billie Cristal oggi ha 38 anni.
È un avvocato in piedi su una scesa sterrata. Se ne sta lì, fermo, in giacca e cravatta.
Quando torna da quelle parti, deve raggiungere quel posto a ristabilire gli equilibri. Quella è stata la prima volta che ha chiuso gli occhi e si è lanciato.
La prima volta, di una lunga serie. Quando torna in quel posto si ricorda di com’è prendere una decisione. Anche contro voglia. Com’è non riuscire nell’obiettivo e comunque essere fieri di se stessi, continuare a credere. Si ricorda di quel dente scheggiato che ancora se ci passa la lingua riconosce chiaramente.
Quand’era piccolo con gli alberi ci parlava. Quando ci passava davanti li salutava con riverenza. Ora è fermo sotto la loro fronda ombrosa. Al riparo dal sole di un caldo pomeriggio di giugno.
Sua moglie è a gridare e a maledirlo mentre cerca di dare alla luce il loro primogenito, in un ospedale a neanche trenta chilometri da lì. Se chiude gli occhi e si concentra, la voce spezzata di quelle urla infrange la barriera di rami e foglie e lo colpisce dritto al cuore.
Sua moglie spera che gli occhi del mondo guarderanno suo figlio proprio come lo guarda lei ora.
Vuole per lui carezze d’ovatta e lacrime piene. Cadute rotonde, acqua da bere.

Sua moglie è cento Rebeca Stanford messe insieme. Cento occhi verdi, cento labbra disegnate, cento gonne corte a quadretti che scoprono le cosce.
E suo figlio riuscirà a fare il salto col suo vecchio skateboard.
Ci sono le cose in cui uno può avere fiducia e quelle che invece si sanno per certo.
Questa Billie Cristal la sa.

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