RACCONTO

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#wehaveadream la #speranza è lottare ancora per tutto ciò che vuoi e non hai, sacrificando tutto quello che invece hai e non vuoi

ANNA NAIS@lesperimento

 La speranza che io non ho

“Presto mi vedrai allontanare tra la folla dei passeggeri che attendono di imbarcarsi sul volo diretto in Kenya…”.
C’era l’Africa negli occhi di Anna. C’erano tutti i sacrifici fatti negli anni passati e in quelli a venire. Un sogno da cui non riusciva a liberarsi e per il quale stava sacrificando tutto quello che nel tempo era riuscita a costruirsi.
“Tutto ciò che ho, ma che non voglio” sbottava mentre mi accarezzava le mani.
Anna si era invaghita di quella passione nello stesso modo in cui si era innamorata di me. Entrambi, l’Africa e io, rappresentavamo tutto ciò che non aveva. Due sogni. Il primo dipendeva da lei. Il secondo da me.
Soleva precisarmelo sempre, anche quando il dolore di una sua futura partenza mi costringeva a metterle i bastoni tra le ruote in tutte le maniere possibili escogitate dal mio ingegno. Privarla della mia presenza per giorni funzionava sempre, tanto che alla fine Anna si arrendeva. Non solo il suo secondo sogno dipendeva da me. La sua arrendevolezza me ne dava conferma tutte le volte, puntualmente. Questa conferma mi lusingava e al contempo mi terrorizzava costringendomi a molte domande, le quali potevano riassumersi in un’unica vera domanda:

«Perché non lasciarla andare via? Perché intrappolarla ancora accanto alla mia schiena se poi io non sarò mai capace di abbandonare per lei la mia vita?»
Anna desiderava che io la seguissi in Africa. E spesso mi ripeteva:

«Se tu non venissi con me, io non sarei capace di partire e abbandonarti qui».
Quando le notti trascorse in solitudine divenivano notti insonni, Anna mi telefonava la mattina seguente al suo risveglio.
«Io non riesco a pensarmi senza di te in Africa. Avere l’Africa e non avere te? Piuttosto rinuncio».
Sono trascorsi dieci giorni da quella telefonata, l’ultima, in cui le dissi che non avrei mai potuto seguirla.
Oggi l’ho incontrata in una delle vie del centro.
‒ Perché non ti sei fatto più sentire? ‒ mi ha chiesto dopo avermi salutato con un bacio sulla guancia.
‒ Speravo che rinunciassi al sogno di vivermi accanto. Quindi ho ritenuto opportuno sparire ‒ ho risposto prendendole la mano destra.
Anna ha abbassato lo sguardo e ha abbandonato la mia mano. Poi dopo un attimo di silenzio ha risposto.
‒ Io invece speravo di poterti vivere ancora. E per questo ho sacrificato la mia partenza, per vederti ancora una volta, come oggi.
‒ Ma allora sei stata nominata inviata in Kenya? ‒ le ho chiesto trepidante e pure contento.
‒ Sì, proprio quel giorno in cui ci siamo sentiti per l’ultima volta.
‒ Ma tu ci speravi in quella promozione…
‒ Sì è vero, ma la mia speranza adesso è di avere l’opportunità di amarti ancora. E lotterò, se dovesse essere necessario!
‒ Ma la promozione era tutto ciò che avevi per te, per il tuo futuro e per la tua libertà ‒ le ho detto tremando.
Lei mi ha guardato lungamente, penetrandomi lo sguardo. Poi mi ha abbracciato.
‒ La speranza è lottare per ciò che vuoi e non hai, sacrificando ciò che hai e non vuoi ‒ mi ha sussurrato all’orecchio sinistro.
L’ho baciata sulla fronte con la commozione di un adolescente.
‒ Adesso che fai? ‒ mi ha chiesto.
‒ Vado a casa, mia figlia aspetta me per pranzare.
Anna mi ha sorriso ancora una volta. C’è nei suoi occhi la speranza. C’è nel suo viso l’impronta del mio bacio, insieme a tutto quel coraggio di sperare che io non ho più.

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