RACCONTO

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La rettitudine ci permette di alzarci in piedi la mattina e girare per la strada a testa alta #rettitudine #wehaveadream

PIETRO SINCICH@PietroSincich

 Franco P.

Era un uomo tranquillo, a tratti allegro. Si chiamava Franco P.
Stava seduto alla scrivania, quasi sempre sorridente. La foto della famiglia scattata al mare e inquadrata in una cornice comprata all’Ikea in uno stock da tre (le altre due erano rispettivamente su una mensola in salotto a commemorare la madre defunta e nella stanza della figlia più piccola per incorniciare il ricordo di una gita scolastica a Firenze), le pacche sulle spalle dei colleghi, i commenti senza spessore su calcio e politica dopo il week end. Sorrisi smaglianti sempre pronti e il rosario nel cassetto.
Era un uomo senza problemi, ma non è lui il protagonista di questa storia.
Quello che interessa a noi se ne sta seduto qualche postazione più indietro, quasi nascosto dietro un paio di occhiali piuttosto spessi mentre osserva Franco P. e la vita che gli scorre davanti.
Era un uomo meschino, freddo, distaccato. Un uomo senza qualità.
Anonimo, l’avrebbe definito qualcuno. Ma lottava ogni giorno per restare sulla retta via. Perché la rettitudine non è la somma algebrica di una serie di valori etici e morali, ma la risultante pratica della loro applicazione nella vita: non c’è rettitudine senza tentazione, così come non c’è luce senza il cono d’ombra che costantemente la minaccia. È una lotta tra un cuore nato per il bene e un’indole pigra e facile alla corruzione. C’è chi ha dato nomi diversi, nella storia, a questa dicotomia, scomodando categorie quali quelle di peccato e coscienza. Persino l’anima viene tirata in ballo quando si affrontano argomenti come questo. Ma sono forse elucubrazioni sproporzionate rispetto al protagonista di questa storia, che ora se ne sta lì, in fondo all’open space, a ripensare ai tanti Franco P. che ha incontrato nella sua vita. C’era un Franco P. nella sua infanzia, quando quel giorno dal droghiere fece scivolare la sua mano furtiva nella scatola delle caramelle e quel ragazzino lentigginoso lo smascherò; c’era un Franco P. nel collegio dove trascorse gran parte della sua adolescenza, quando fu convinto dai compagni a intrufolarsi nell’istituto femminile per spiare le ragazze, ma quelli lo lasciarono da solo a prendersi le colpe e i ceffoni delle suore; aveva conosciuto Franco P. all’università, al lavoro, persino in famiglia, e visto dei Franco P. corretti e prepotenti in fila alle poste, sull’autobus che lo portava ogni giorno al lavoro, al cinema e in televisione. Persone normali, gente che si sarebbe definita moralmente ineccepibile, pronta a scandalizzarsi scuotendo la testa di fronte al telegiornale per le malefatte della politica e del potere, senza rendersi conto di riproporre le stesse dinamiche nella propria vita.
E c’era Franco P. anche quella mattina, fuori dalla porta del vicepresidente, pronto a farsi da parte educatamente mentre lui usciva, prima di prendere il suo posto nella stanza. Quell’uomo all’apparenza inutile, a tratti noioso, aveva appena rinunciato alla proposta del vicepresidente. Una proposta legale, per carità, l’azienda non si era mai spinta in affari illeciti, almeno per quanto ne sapesse. Un’offerta legittima ma dai contorni sfumati, come il discorso del vicepresidente che, dopo aver esposto le condizioni condite da sorrisi e grandi prospettive, non aveva saputo rispondere con altrettanta convinzione alle sue domande. Ma l’uomo sapeva cosa avrebbe comportato la sua decisione. Certo, una posizione di maggior prestigio all’interno dell’azienda. Certo, un congruo aumento di stipendio che non fa mai male.
Certo, anche qualche effetto collaterale sul futuro di decine, forse centinaia di lavoratori. Gente che non aveva mai visto e che mai nulla avrebbe saputo della sua intromissione nei loro destini. Allora grazie per l’offerta, ma no. È sicuro di aver capito bene la nostra proposta? Sicuro. È conscio delle inevitabili conseguenze che questo suo rifiuto porterà per la sua carriera? Conscio. Ha capito, vero, che questa è un’occasione che non capita due volte e che fuori da quella porta c’è una fila di suoi colleghi pronti ad accettare? Capito. Si lasci dire una cosa, concluse il vicepresidente: lei è un debole, mediocre come uomo e come lavoratore. Anzi, a pensarci bene sono contento che abbia declinato la nostra offerta perché mi sarei giocato la gamba destra, nonostante il parere del consiglio di amministrazione, che lei avrebbe rifiutato. Non so cos’è, ma c’è qualcosa in quella sua faccia… Lo dissi subito che stavano prendendo un granchio, e questa sua decisione me lo conferma. Quindi la ringrazio, vada pure e lasci spazio al prossimo candidato.
Alzarsi dalla poltrona, girarsi e uscire fu quasi un unico gesto. Sulla porta incontrò Franco P. con quel suo solito sorriso educato, mentre entrava.
Franco P. che stava per guadagnarsi una promozione e un nuovo stipendio e che sicuramente sarebbe riuscito ancora una volta a giustificare il suo bieco atto agli occhi del mondo. Ma, come tutti gli altri Franco P. che aveva conosciuto, non a sé stesso. Perché c’era una cosa che Franco P. non avrebbe ottenuto in quella stanza e che invece lui si era appena conquistato: la possibilità, domani, di scendere ancora una volta dal letto e di poter guardare a testa alta il suo volto riflesso nello specchio, sicuro di non trovarci Franco P.

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