RACCONTO

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#wehaveadream #rettitudine Rimanere fedeli a ciò che crediamo giusto, in ogni situazione o circostanza, anche quando non è richiesto.

SIMONE P. RUOCCO@Simone_Ruocco

 Puoi cambiare le cose, Alex

Alex sedeva sconfitto nel suo ufficio, osservava il piccolo registratore poggiato sulla scrivania.
L’ufficio era quadrato e aveva due strette vetrate su lati opposti. Le tapparelle erano semichiuse, lasciavano entrare da una parte sottili scaglie di luce, dall’altra ombre fuggenti e nervose. I vetri non erano sufficienti ad arginare il brusio della redazione.
Un’ombra si fermò davanti alla porta, poi qualcuno bussò con tre tocchi.
-Avanti.- biascicò Alex.
Carlo entrò, si concesse qualche istante per abituarsi al buio, poi attraversò l’ufficio ad ampie falcate e spalancò le tapparelle. La luce si riversò nella stanza, Alex fece appena in tempo ad intravedere il formicaio di giornalisti e segretari che si agitavano, poi la porta fu chiusa.
-Mi dici cosa ti prende?-
Alex si limitò ad alzare la testa e guardare Carlo, con l’avambraccio sul tavolo e il pugno a reggersi il mento.
-Non lo so, Carlo.- Carlo lo guardò esterrefatto, la bocca spalancata.
-Senti, io non so cosa ti sia preso, ma se vuoi continuare a mantenere questo ufficio, devi scrivere quel fottuto articolo e farmelo trovare sulla scrivania entro un’ora.- Alex non parve scosso dalle parole del caposervizio, le sue spalle sprofondarono ancora di più. Prese una sigaretta e l’accese.
-Non posso.-
-Senti, le proteste sono andate avanti da una settimana, e tu non hai ancora scritto nulla.-
-Lo sai che non è vero. Ho scritto, ma i miei pezzi non sembrano essere piaciuti più di tanto.-
Carlo sospirò e annui.
-Gianluca non mi lascerebbe passare quella roba.- disse Carlo, poi abbassò gli occhi per un istante -Non sono io a decidere.- aggiunse.
Il caposervizio rimase immobile per qualche secondo, infine si sedette di fronte all’altro sporgendosi oltre la scrivania e lo guardò dritto in faccia. Improvvisamente notò il registratore sul tavolo, lo indicò - Allora hai preso qualcosa. Fammi sentire.- Alex sorrise.
-Quella roba non mi servirà a niente.-
Carlo lo ignorò e premette play. Ascoltò la registrazione in silenzio,
Alex abbandonò il viso nel palmo della mano.
-Cos’ha che non va? Certo non è niente di speciale, ma almeno ti permette di fare un articolo decente. Sai che questa roba piace molto.-
-Carlo, sono un gruppo di ragazzini deficienti. Non sapevano neppure il motivo per cui si trovavano lì, il giorno delle proteste.-
-Questo è quello che vende, Alex. Non puoi cambiare le cose. Almeno per una volta, rassegnati e scrivi un articolo come lo vuole la gente.-
Alex non rispose. Carlo rimase in silenzio, si alzò dalla sedia. Alcune nuvole avevano coperto il sole, e l’ufficio era sprofondato nella penombra.
-Questa non è la verità. Là fuori ci sono persone che protestano con serietà, sono organizzate, sanno cosa non va e sanno cosa vogliono ottenere. I bambini viziati in piazza per saltare le lezioni non dovrebbero finire sul giornale.- -Ma rappresentano una faccia della medaglia.- -Non l’unica. Insieme a loro ci sono anche giovani consapevoli, delusi, impegnati politicamente. Anche loro vogliono cambiare le cose. Perché non vengono visti? Perché di loro non si parla?- -Alex, non siamo nel ’68.- Alex scosse la testa ma tacque, si alzò e andò verso la finestra. Le nuvole più grandi erano passate oltre, ma il cielo rimase cupo. La città si estendeva lungo l’orizzonte, con le sue tante piazze, le grandi chiese. La Mole Antoneliana svettava sopra ogni cosa.
-È quello di cui ci siamo convinti. La gente ascolta la televisione, legge i giornali e l’unica cosa che vede sono una banda di deficienti.
Quelli che tirano sassi, quelli che insultano le forze dell’ordine. Ogni tanto gli si da un contentino, a questi, si dice loro che hanno ragione.
Ma sappiamo bene che sono solo bambini viziati ed inconsapevoli. A tutti gli altri... a tutti gli altri non viene data voce. E alla fine, la gente, finisce per voler vedere proprio quello: bande di deficienti.- Carlo rimase ad osservare le spalle del giornalista. Abbassò il capo.
-Non scriverai nessun articolo, vero?-
Alex non rispose. Poggiò i palmi delle mani contro il vetro e rimase così.
-Lo sai che non posso continuare a pagare una scrivania che non produce nulla.-
-Lo so.-
-Non so come aiutarti, allora.-
-Potresti farlo, solo che credi non ne valga la pena.
Carlo parve riflettere, poi storse un labbro e fece per andarsene. Si bloccò davanti alla porta, con la mano sulla maniglia.
-Sai, Alex. Mi dispiace.- Alex si voltò, i loro sguardi si incrociarono -
Mi dispiace che persone come te siano così rare, e che non vengano ascoltate.-
Alex sorrise amaramente.
-Non so proprio come aiutarti.- sussurrò Carlo prima di uscire.
Il registratore era ancora lì, le batterie staccate dentro al cestino di plastica sotto la scrivania. Le tapparelle abbassate proteggevano l’ufficio dalla luce. Il buio era completo.
Comunque non c’era null’altro da vedere in quell’ufficio. Le penne, i fascicoli, ogni cosa era stata riposta nelle apposite scatole e portata via. Erano rimasti solo alcuni fogli bianchi sparsi in giro, il registratore e la spazzatura nel cestino.

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