RACCONTO

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#wehaveadream #rettitudine Essere un argine quando è più facile esser un'onda, esser una luce quando fuori è notte, sorridere quando fa male

DANIELE AGLIATA@moonharper

 La fermata

Un giorno come tanti, banale.
La quotidianità uccide, ti ruba la vita, il tempo, a piccoli sorsi, come i videogame o i social network (“un'altra partita ancora...”, “arrivo al salvataggio e basta!”).
La quotidianità, spesso, è seguita dalla stanchezza: “Uffa! Ancora? No, non voglio andare!”.
Quante volte l'ho pensato, prima all'asilo, poi a scuola, poi a lavoro...
Ti svegli quando la città è ancora nel suo lindo pigiama notturno, fatto di nebbia, gelo e di resti dei girovaghi. E' breve l'istante in cui ti guardi in giro, perché poi tutto è meccanico, mentre la mente indugia sui sogni e le mani van cercando l'ultimo brandello della corazza quotidiana gettata qua e là per la stanza.
Non una voce. Come uno spettro scendo le scale, esco per la via, con la carezza del mattino che tenta di svegliarmi.
Vita: qualche negoziante prepara la sua battaglia giornaliera, auto, tram... tram?!! Di corsa, è il mio, o altrimenti chissà a che ora arrivo a lavoro, e poi sai le storie col capo!
Altri spettri come me, viaggianti, non si curano della mia figura seduta tra loro. Dormo.. o forse no.
E' ora di scendere, almeno questo dice la voce del tram (ottima invenzione la notifica delle fermate, per viaggiar ad occhi chiusi).

Ecco il mio giornale. Niente di particolarmente complesso politico o che altro, il giusto compagno di viaggio, che non ti disturba ma che è con te. Vediamo di svegliarci con una buona colazione.

Chiuso! Strano come a volte, un piccolo cambiamento nella quotidianità ti stravolge l'intera giornata! Come mai?!

Dimenticavo, oggi era quel giorno di cui si parlava, dovevano esserci manifestazioni o chissachè: ricordo il collega che appendeva il volantino alla bacheca, con l'aria di chi è certo di “fargliela pagare”.

Sciopero, protesta, insomma problemi. L'avevo detto al capo che sarebbe stata dura arrivare: da buon pendolare, gli imprevisti sono da metter in conto.

Avvisato a lavoro, il bus non in vista, si fa colazione altrove, in un bar dove novello, Caronte, il commesso serve le frotte di formiche come me, che si adoperano per iniziar la giornata.

Fermo, mentre il mondo scorre, alla mia fermata. A volte l'immobilità esterna è l'opposto di quel che si muove interiormente. Un po' come se la crosta terrestre fosse la superficie dell'universo, e l'interno della Terra il cielo. Sono fermo qui da mezz'ora, il freddo come un mantello, ma intanto penso a cosa fare... La via più semplice sarebbe mandare un messaggio e dire che causa blocco, non posso andare a lavoro, capirebbero, tornare indietro e dormire (in fondo lo so che non riuscirei a prender sonno, ma ogni tanto bisogna illudersi). Certo, perderei un giorno di lavoro, ma con tutti i giorni accumulati come permessi, non sarebbe un problema. Tantopiù che manca ancora solo un mese, e poi sarò lasciato a me stesso (“Ragazzo, non so bene come andrà, ma alla scadenza del contratto se non avremo grosse commesse non potrò rinnovartelo. Meglio che ti guardi attorno.”).
I pensieri sono tanti, ma non voglio crucciarmi, non ora. Non voglio pensare al fatto che i miei sforzi non siano valsi nulla, a fronte dei nuovi assunti, parenti o amici di chissàchi. So fare il mio mestiere, l'ho dimostrato in questi tre anni (di già?!), e nonostante la distanza, i problemi logistici e tutto il resto, sono riuscito ad esserci tra pioggia, neve, fango e scioperi..

Oggi no, potrei fare un'inversione a U e tornare a casa: vadano alla malora, vado a cercarmi altro.

Cosa sarebbe? Un'inversione a U, già, ma rispetto a me stesso!

E' più facile, certo, che un masso rotoli per una discesa, piuttosto che raggiunga una vetta, ma sai che vista gode da lassù? Quel masso, spesso, sono io. La vita, a volte, per alcuni non è facile, anzi ti viene sempre voglia di lasciar tutto, di non remar più e lasciarti trasportare dalla corrente degli eventi, chiedendoti perché per gli altri sia tutto così semplice, e perché i problemi debba sempre trovarteli tu (certo, ci sono problemi ben più grossi, ma in quei momenti non ci pensi).

Solo allora, in un barlume di lucidità, ti fermi su quella parola, e su molto di più: TU.

Tu sei quello che quella mattina ha deciso di svegliarsi. Tu hai deciso d'andare a lavoro. Tu hai rincorso quel tram, tu hai deciso di accettare quel lavoro, e tu, solo tu, puoi esser protagonista della tua vita. Allora, e solo allora, ti vengono in mente tutte le volte che hai preso le decisioni, perché l'hai fatto e perché non hai fatto altre scelte, e cosa ne è conseguito. Ne è conseguito che sei la persona che sei oggi. Senza sconti, con mille cicatrici, con un sorriso che ti può far male, ma che può aiutare gli altri a star bene, con un bagaglio di esperienze che fungono da cerotti, per te, e più spesso per chi ne ha bisogno. Non basta un blocco per fermarmi, non bastano le prospettive di una calda alcova a farmi tornare indietro, perché non è quello che io voglio.

La mia strada è mia, sia che sia semplice, tortuosa, o cieca, resta sempre la mia, da costruire passo a passo, per mano mia. Qualsiasi curva ci sarà, sarà per mia mano costruita, per mia volontà voluta, e per mio orgoglio attraversata.

Andiamo, e vediamo che cosa succede da qui a lavoro. Chissà quando e come tornerò a casa.
Vedremo!

(Non arriva ancora il bus? Prendiamone un altro...)

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