RACCONTO

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Non c'è bisogno di un dio, basta avere #fede nella vita che, ogni giorno, può riservarci qualcosa di nuovo. #wehaveadream @telecomitaliaTw

VITTORIA SMALDONE@VittSmaldone

 Armonia prestabilita

Michela e Veronica non si vedevano da molto. Erano state amiche per la pelle durante l’adolescenza. Ma poi avevano litigato e si erano perse di vista. Entrambe erano andate a cercare fortuna altrove. Avevano vissuto persino nella stessa città. Ma, allora, non si erano mai incrociate. Michela ora era una mamma, aveva un lavoro stabile e un marito. Veronica aveva studiato molto, era stata all’estero poi, si era innamorata, ed era tornata in paese. Sia lei che il suo ragazzo erano precari e le possibilità di mettere su famiglia diminuivano giorno dopo giorno.
Veronica stava arrivando a piedi. Era struccata e sul viso aveva ancora i segni del cuscino. Si era levata dal letto a fatica, aveva infilato gli abiti della sera precedente ed era sgattaiolata fuori di casa. Michela la osservava stretta nel suo giubbetto bianco e, ogni tanto, col dito provava a sfumare la matita blu che aveva sugli occhi.
“E’ tanto che aspetti?”, esordì Veronica con malcelato imbarazzo. “No, sono appena arrivata”, replicò Michela e scese dall’auto per salutare l’amica.
“Questo vestito ti sta benissimo!”, disse Michela e pensò che Veronica era sempre stata molto attenta alla linea. Ma, da quando si era laureata, era dimagrita parecchio.“Il precariato ha i suoi lati positivi: sono tornata esile come da ragazzina!”, ironizzava lei. Eppure l’abito nero che aveva indosso lasciava intravedere rotondità abbastanza pronunciate.
Michela aveva convocato Veronica con una scusa. Voleva chiederle della palestra. La bambina era cresciuta e poteva dedicarsi un po’a se stessa. Ne aveva bisogno. E, soprattutto, aveva bisogno di una vecchia amica con cui sfogarsi. Il suo viso era scarno, provato. Ma, a giudicare dallo sguardo perso nel vuoto di Veronica, non era l’unica ad avere la mente affollata di cattivi pensieri.

Michela e Veronica presero a camminare lungo il corso. Il paese si stava svegliando. Facce intorpidite sorbivano caffè sedute ai tavoli sbiaditi del Roxi Bar e i netturbini spazzavano via le foglie secche dal viale alberato. Michela ruppe il silenzio. “Ti ho chiesto di vederci perché devo parlarti di una cosa”.
Veronica si guardò intorno: proprio in quel punto Michela le aveva confidato di essersi innamorata del suo primo ragazzo: in quel preciso tratto di strada, Veronica aveva visto molte volte Michela scoppiare in lacrime a causa di paure, dubbi, follie e bugie. Frottole, nelle quali lei stessa era rimasta intrappolata, e che avevano causato la fine del loro rapporto.
“A mio marito quest’estate hanno diagnosticato un tumore”, sbottò Michela. Veronica strabuzzò gli occhi. “Che cosa?”, si affrettò a rispondere, cercando di nascondere l’angoscia che l’aveva assalita. Michela annuì e iniziò a raccontare il suo calvario.
Le gambe andavano veloci come le lingue sui denti e il racconto si infarciva di sofferenza. Il marito, da qualche mese, avvertiva stanchezza e spossatezza ma nessuno lo aveva preso sul serio. Nemmeno Michela. “Per il lavoro che facciamo noi, abbiamo un po’la tendenza a somatizzare”, si giustificò. Medico e infermiera di casi del genere ne hanno visti tanti in ospedale, ma non avrebbero mai pensato che sarebbe capitato proprio a loro. Giovani, spensierati, appena sposati. Veronica per un istante desiderò che fosse una bugia di quelle che raccontava Michela. Lei che da ragazza con le malattie ci giocava, le usava come pretesto per attirare l’attenzione, ora le stava descrivendo quei mesi passati accanto al marito ammalato. Ed era tutto vero, glielo si leggeva negli occhi. Michela è una mamma, diceva fra sé e sé Veronica, e le mamme dicono sempre la verità.

“Io non ho mai ceduto. Ho stretto i denti e sono andata avanti”, proseguì Michela. Il suo amore, per via della terapia, era stato messo in isolamento. “Proprio quando stavamo cercando di avere un secondo bambino”.
I sacrifici di una vita, lo studio, il lavoro, il matrimonio e i figli. I progetti. I viaggi. I nostri castelli in aria, di colpo, vengono spazzati via da una voce fuori campo che, si intromette nelle nostre vite perfette e, a brutto muso, ci mette davanti alla dura realtà. “Tutti dobbiamo morire,” affermò con piglio deciso Michela, “questa è l’unica vera certezza della vita. Se partiamo da questo, è facile capire che tutto il tempo passato ad arrabbiarsi per cavolate o a farsi mille problemi è assolutamente inutile”.
Michela e Veronica percorsero il paese da cima a fondo. Parlando, non si erano rese conto di aver attraversato vicoli, cuntane e anfratti fino a quando l’edicolante non attirò la loro attenzione. “Ragazze, oggi avete scelto la giornata migliore per passeggiare. Né calda né fredda”. “Sì, è perfetta!”, cinguettarono le amiche in coro.
Gli occhi azzurro cielo di Michela brillavano sotto il sole tiepido d’autunno.
Per fortuna adesso suo marito stava bene. Aveva risposto alla terapia.
Michela e la sua famiglia avevano sconfitto il CANCRO. “Nessuno ci assicura che il tumore non possa tornare. Ma io non ci voglio pensare”, le si spezzò la voce e aggiunse: “Adesso voglio vivere e basta!”. Veronica la prese sottobraccio e le chiese se voleva riposarsi un po’. “No, camminiamo ancora, ti pregò”, la implorò Michela e ingoiò una lacrima. Una mezzaluna le si disegnò sulla guancia destra. Veronica in quell’istante avvertì una fitta al basso ventre e decise che, oggi stesso, avrebbe detto al suo ragazzo che era incinta.

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