RACCONTO

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Bisognerebbe non saperlo cosa sono le cose che iniziano. Che altrimenti ci vuole troppa forza per cominciarle. #wehaveadream #inizio

CINZIA CRAUS@cinzia_craus

 Inizio. A pugni aperti.

Così si fece buio in un istante.
Sedette, crollò, si accasciò, per quanto sia difficile accasciarsi su di una sedia, sarebbe stato opportuno arrivare al divano, al letto, ma ci voleva troppa energia, troppo spazio, troppo tempo, sulla sedia all’ ingresso – non c’è mai stata una sedia all’ingresso eppure c’era per fortuna, fuori posto ovviamente, ma c’era, era stato importante che ci fosse, o almeno, forse no, forse se non ci fosse stata non si sarebbe fermata e chissà. Si fermò.
Si fermò a guardare quella cosa nuova che si trovava tra le mani.
Nuova.
Arriva un tempo in cui nessuna cosa e niente è più nuovo, ma in fondo nuova è qualunque cosa che nasce, che inizia, che comincia a muoversi e a respirare, a farsi spazio chiedendo di esistere.
Trovare.
E pensò che era il verbo giusto che aveva pensato mentre si guardava i palmi delle mani bianchi, aperti sule ginocchia, e le sottili linee verdi delle vene sotto la pelle chiara tesa, dall’incavo del gomito ai polsi, le braccia protese avanti, in quella posizione di abbandono che era tuttavia forzata e innaturale.
Perché non lo aveva cercato.
Non che avesse mai cercato qualcosa in realtà, aveva imparato a difendersi dalle delusioni impedendosi di cercare, eppure anche trovare alla fine si era rivelato pericoloso.
Così aveva imparato a stringere forte i pugni, che niente le si potesse posare per caso tra le mani, che mai le mani, aperte su qualcosa, potessero d’istinto chiudersi per afferrarla, per stringerla o possederla, o anche, solamente, per accarezzarla.
Doveva essersi distratta però.
E pensò che anche questo le accadeva troppo spesso, di distrarsi, e che è quando ti distrai che i nervi si distendono e le mani finisci per aprirle senza accorgertene.
Comunque il punto è che adesso questa cosa c’era ed era lì, poggiata sulle sue mani.
Indefinita, incerta anche, informe e mutevole soprattutto, come è giusto che sia ogni cosa che inizia. Che ci pensa il tempo a darle una forma e una sostanza anche, dovrebbe pensarci lui, piuttosto che accanirsi a lavorarci, a piallare, lisciare, modificare, cambiare, stravolgere, si potrebbe restare a guardare, avendone cura magari, questo, magari, proteggendola, neanche troppo, che per crescere deve farli i suoi percorsi, cadere, rialzarsi, trasformarsi.
Bisognerebbe non saperlo cosa sono le cose che iniziano o almeno saper fingere. Di non saperlo. Che altrimenti ci vuole troppa forza per cominciarle. Troppa fatica anche. Che quello che sappiamo – che siamo anche - le investe e le piega, e sono troppo giovani, ed esili, non sono pronte, non sono pronte per sopportare tutto il nostro passato.
Il passato.
Quanto peso del nostro passato, quanta assurda fatica, si può chiedere di sostenere ad una cosa nuova che nasce?
Si alzò.
Si alzò e guardò fuori tutto quel buio che aveva inondato la stanza. Mentre c’era ancora il sole.

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