RACCONTO

tweet
#inizio: a occhi chiusi, o spalancati, fare un passo - cercandone altri cento. #wehaveadream

SILVIA PEVATO@SilviaPevato

 Questo è il momento

Non riesco a capire come sia iniziata.
Ho ripetuto gli stessi gesti tutti i mercoledì sera per 1 mese e 3 giorni.
Poi qualcosa è cambiato.
Alle 18.35 uscivo dal portone di casa – edificio popolare, costruito nel 1921 – e mi sedevo alla guida della mia Panda bianca, posteggiata al numero 8.
Percorrevo i 12,3 km che separano la mia abitazione dal seminterrato della scuola in 25 minuti e per 2 ore seguivo le indicazioni del docente di olandese, avanti e indietro tra le 192 pagine del libro di testo.
Alle 21.05 ero già riuscito a salutare indistintamente gli altri 14 studenti, ad accendere il motore e coprire qualche metro di quella distanza sempre uguale, ma contraria. Per le 21.30 ero sicuro di poter mettere sui fornelli un piatto caldo di proteine, vitamine e sali minerali.
Sette mercoledì fa Lucia mi ha chiesto un passaggio. Forse è iniziato tutto in quel momento.
Non è che io mi ricordassi il suo nome. Quando si è avvicinata, alla fine di 54 minuti più intensi del previsto sulle particolarità d'uso dell'articolo, io stavo già chiudendo con un clack gli anelli del mio quaderno blu e non credevo certo di dover ancora parlare, soprattutto in italiano.
«Raimondo, posso chiederti un passaggio? Spero che non sia un disturbo».
Certo che era un disturbo. Io odio dare passaggi. Odio soprattutto che mi si chieda se è o meno un disturbo. Se non lo fosse, mi offrirei spontaneamente di sprecare 10, 25, 37 minuti del mio tempo per consegnare sconosciuti alla sicurezza delle loro case.
«Non so se andiamo nella stessa direzione, sono molto di fretta».
Quaderno, libro e portapenne, zip della valigetta tirata in un unico movimento: mi restava soltanto da infilare la giacca. Quando ci eravamo scambiati i nomi? Forse alla prima lezione di presentazione, quella in cui ho imparato a dire in olandese il mio numero di telefono: 348.177.36.24.
«Non abiti in via Bologna? Io sono lì dietro, in via Reggio Emilia».
Ho alzato lo sguardo mentre incastravo il quinto di sei bottoni nella sua asola. Troppo bella per me. I capelli cenere cadevano perpendicolari sulle spalle, la frangia di 5 cm le sfiorava le sopracciglia e lo sguardo verde, non truccato, sembrava intelligente. I vestiti che indossava, taglia 46, erano di una stessa sfumatura beige, come fosse un'uniforme militare.
«Non vado subito a casa stasera, mi dispiace».
Mi sono girato e ho raggiunto la mia auto con soli 4 minuti di ritardo.
Arrivato a casa, quella sera ho mangiato un filetto di platessa con tre carote bollite, ma non mi sono piaciuti. Non avrei voluto essere scortese, ma io odio dare passaggi.
Il mercoledì seguente l'insegnante ha messo me e Lucia in coppia per la correzione dei dieci esercizi di compito per casa. Ho scoperto il suo nome, forse in quel momento è iniziata.
«Mi chiamo Lucia» mi ha detto. «Penso che avrei dovuto ripresentarmi la scorsa volta, prima di chiederti un passaggio».
Lo pensavo anche io, visto che avrebbe voluto rubarmi minuti di vita, allungando il mio percorso solito. I suoi esercizi erano senza errori, le linee lasciate dalla biro nera molto aggraziate e i fogli a righe, leggermente ingialliti, lasciavano pensare a un odore di carta vecchia.
«Sì, io sono Raimondo. Ciao Lucia. Non posso accompagnarti neanche oggi, però».
Non ricordo con esattezza gli altri mercoledì.
Certamente il mio rendimento in olandese non era calato, ma durante le lezioni cercavo di calcolare quanti anni potesse avere Lucia e non ci riuscivo.
Circa 40, come me, ma l'approssimazione è una dimensione in cui non mi trovo a mio agio.
A volte mi chiedeva di riaccompagnarla a casa, altre volte ero io a dirle che non potevo. A volte ci ritrovavamo nello stesso gruppo di lavoro, altre volte sedevamo distanti. A volte era vestita di beige, altre volte no. A volte dialogavamo insieme a voce alta per fare pratica nel parlato, altre volte si faceva esclusivamente grammatica.
La volta scorsa, poi, è successo che abbiamo parlato tutti insieme delle nostre passioni e io ho accennato a questo mio interesse per i numeri: forse tutto è iniziato in quel momento.
Mentre esponevo in un discreto olandese la gradevolezza dell'arte statistica, ho lasciato sfuggire una lieve balbuzie quando mi sono accorto che non ero in grado di stabilire con precisione i gesti di quegli ultimi mercoledì.
Non so se Lucia se ne sia accorta, ma lo scorso mercoledì non mi ha parlato, non era seduta nelle mie vicinanze e non mi ha chiesto un passaggio.
L'insegnante di olandese, però, gliene ha offerto uno.
«Posso darti uno strappo a casa?».
Non pensavo abitasse anche lui nella mia zona. E non credevo che il suo italiano potesse essere migliore del mio olandese.
Sono rimasti 2 minuti sotto casa di Lucia, li ho cronometrati. Lui è sceso e le ha aperto la portiera, lei ha fatto movimento in avanti con il busto, come se si volesse inchinare, io ho girato l'isolato e ho parcheggiato nel mio cortile.
E questo è il momento in cui è iniziato tutto.
Ho contato i passi tra le nostre case: sono 100, perfetti, 740 m.
Durante la settimana, pensando a questa distanza, ho chiuso gli occhi molte volte – più di trenta, di sicuro. Ho immaginato ogni passo, le incongruenze di terreno che avrei potuto calpestare e ho deciso di farne almeno uno, il primo.
Questa sera a lezione ho guardato Lucia, dall'altra parte dell'aula, e le ho chiesto se le serviva un passaggio.
«Sì, grazie».

iovivoconnesso a #wehaveadream su telecomitalia.com