RACCONTO

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Aprir bocca è un buon #inizio, al resto penserà la storia. #wehaveadream

ANTONIO MARRA@kre_lian

 Aprir bocca

Esterno notte, 23:18.
Stazione Centrale, un treno in partenza ma ancora indeciso sul da farsi.
Momenti di prossimità e istanti in procinto di mutare, ecco cos’erano e cosa erano stati, incapaci di definirsi e darsi un nome. Erano un eterno inizio che non accennava a partire, come quel treno che, lo sapevano, sarebbe senz’altro stato ben più risoluto di loro, nelle proprie scelte.
Stavano entrambi sulla banchina, in attesa della mezzanotte e quattordici minuti che avrebbe dato il via all’interminabile viaggio di uno solo di loro; un viaggio alla ricerca di qualcosa ma non di qualcuno, un viaggio marchiato da un distacco lacerante che non erano in grado di ammettere.
Due diciottenni seduti a cavalcioni di una panchina che altro non era se non un ruvido ed essenziale blocco di cemento, rivestito di bella pietra lucida e levigata e venata di colori d’ardesia che ne dissimulavano l’intima natura.
Due volti persi nella folla, separati dallo spazio che l’architetto aveva deciso dovesse esserci fra i due estremi di quella panca.
Le valige dell’uno erano mattoni posti di fianco a lui, pesanti e carichi delle promesse di quel che avrebbero potuto costruire negli anni.
Le chiavi dell’auto erano un macigno nelle mani dell’altro, che l’avrebbero trascinato a fondo lungo la via del ritorno verso una casa che gli stava stretta. Che non avrebbe sentito più sua, passata la mezzanotte e quattordici minuti; trascorso quel rapido momento che avrebbe allungato a dismisura, e senza pietà alcuna, l’incolmabile distanza che si erano posti in mezzo.
Uniti e divisi alla stazione come nella vita. Legati e contemporaneamente recisi con violenza, come un nodo gordiano così intricato da intrappolare una cacofonia di sentimenti e parole mute e bocche socchiuse che espiravano pesanti zaffate d’anidride carbonica.
Si fissarono silenti nel rapido scorrere dei minuti, e mentre il senso di fatalità opprimeva i loro animi, i loro neuroni scorrevano attraverso cinque anni di danze e balletti attorno al perno magnetico che li aveva attratti e respinti allo stesso tempo, che li aveva stigmatizzati col segno di una paura pregiudizievole.
Un’adolescenza virtualmente infinita in cui erano sempre stati a un passo l’uno dalle labbra dell’altro, dal cuore dell’altro, dal letto dell’altro. Tranne quell’estate psicotropa affogata nell’alcol, quell’estate di cedimenti mentali e morali e ricerca d’identità in cui, per una volta sola, avevano sentito il sapore delle loro labbra. Un falso inizio che morì all’alba, tra le braci agonizzanti di un falò ormai spento e la pruriginosa sabbia che s’era fatta strada nelle loro menti, come vergognosa consapevolezza.
E nessuno dei due era stato in grado di esternare la propria insicurezza e l’ansia.
Non avrebbe mai ceduto all’abominio dei propri sentimenti, pensava ognuno dell’altro. E poi pensava di sé: “Ma io affogherei in un mare di sguardi aguzzi e colmi di giudizi, pur di urlarti il mio strazio”.
E il treno cominciava a fischiare il suo richiamo.
23:59. Vergogna.
00:03. Dolore.
00:07. Panico.
00:10. Ansia.
00:13. Disperazione.
00:14. Consapevolezza.
«Ti amo» disse il ragazzo al ragazzo, baciandolo. E poi partì, rapito dal treno e dal principio che la sua bocca aveva sancito, e dai significati che quel sussurro aveva sottointeso.
Mentre i chilometri s’ingrossavano tra loro, le loro viscere si sciolsero da quello stringente groppo che le aveva cinte per anni. Il loro sangue ricominciò a fluire caldo e pulsante e a trascinare il rimpianto di una lancinante verità: aprir bocca sarebbe comunque stato un buon inizio, in qualunque momento della loro estenuante attesa; al resto, poi, avrebbe pensato il tempo.

FINE.

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