RACCONTO

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Contro soprusi, delitti, guerre e disuguaglianze: #giustizia, e non vendetta, come unica panacea. #wehaveadream

ELENA CHIARA MITRANI@lastanzab

 In principio ci vestirono tutti di bianco

In principio ci vestirono tutti di bianco. Venne un giorno in cui mia madre mi disse: «Da domani si va all’asilo» e mi mostrò il primo grembiulino. Si allacciava sul davanti o sulla schiena, non ricordo.
Ricordo solo che era bianco, e mi andava leggermente lungo. «Così ti dura almeno due anni», diceva lei. Oltre al grembiulino, portavamo tute colorate e scarpe comode, per lo più. Vestiti in quel modo, non c’erano distinzioni.
Ricordo anche di aver pensato, per mesi, che alcune bambine con i capelli a caschetto corti fossero maschietti, e che un maschietto con i capelli biondi alle spalle fosse una bambina. Scoprii la verità quando per caso li sentii chiamare dalla maestra e associai i loro volti ai loro nomi. Il cambiamento di prospettiva, allora, faceva poca differenza. E poi c’erano quelli con i genitori alti, bassi, giovani, anziani, italiani o stranieri: ma non ci facevamo caso.
Eravamo tutti uguali.

Al mattino, prima di pranzo, spesso cantavamo. La maestra ci faceva scegliere tra tre o quattro audiocassette che tutti noi conoscevamo a memoria. Ce n’era una con le canzoni dei cartoni animati del pomeriggio. I cartoni giapponesi, per intenderci. Poi ce n’era una con le colonne sonore dei cartoni Disney. E ancora, mi pare di ricordare, una dello Zecchino d’Oro.
La mia preferita era quella con le canzoni dei cartoni giapponesi, perché c’era la sigla di un cartone coi robot che mi piaceva tanto. Solitamente, la maestra ci lasciava votare per decidere quale cassetta volessimo mettere, e quali canzoni volessimo cantare. Io votavo sempre per quella dei cartoni giapponesi. Ricordo che alcuni bambini, come me, erano piuttosto ripetitivi nelle loro votazioni, altri cambiavano idea spesso. Non vi so dire perché.
Fatto sta che c’era una certa varietà nelle canzoni che finivamo per cantare.
Quasi mai le stesse per due giorni consecutivi. Eppure, anche quando non vinceva l’audiocassetta per cui avevo votato io, cantavo lo stesso con piacere, ad alta voce. Mi divertivo. Ci divertivamo. Diciamo che sapevamo accettare le scelte degli altri in un modo pacifico.

Ricordo quel giocattolo per il quale io e quello che sarebbe poi diventato il mio migliore amico durante l’adolescenza litigammo. Allora, ci sembrava un giocattolo speciale. Era un camion dei pompieri. Era più grosso delle altre macchinine, e dotato di accessori. Emetteva suoni e aveva gli idranti, gli omini. Il camion dei pompieri, come tutti i giocattoli, era di tutti e di nessuno. Eppure, io un pomeriggio avevo cercato di nasconderlo dentro l’armadietto dove lasciavo le mie scarpe e la mia copertina. L’avevo fatto cosicché, nel pomeriggio, i miei compagni, non trovandolo nella zona giochi comune, avrebbero preso altri giochi, e il camion dei pompieri sarebbe stato solo per me. Però, quando ero andato a cercarlo, dopo l’ora della merenda, quel bambino mi aveva sorpreso. Ero stato colto in flagrante. «Volevi rubare il camion!» mi accusò. Cercò di strapparmelo dalle mani. Entrambi tirammo il giocattolo, aggrappandoci ad esso come meglio potevamo.
Infine, una delle rotelline che io avevo agguantato si staccò, ed entrambi finimmo a terra e scoppiammo a piangere. Io, stizzito, tirai contro il mio avversario la ruota di plastica del camion che mi era rimasta in mano. Lui accennò una reazione, una specie di manata nell’aria. Ma arrivò la maestra, che ci aveva sentiti piangere. «Cosa avete combinato, qui?»

Il giorno dopo, mentre gli altri furono portati in gita allo zoo, noi rimanemmo nell’asilo, con la maestra. Lei ci spiegò che, per farci perdonare dal resto della classe per aver rotto il camion dei pompieri, avremmo dovuto fare qualcosa di utile e bello per tutti. Per prima cosa, ci chiese di cercare e ripescare le biglie che erano cadute nei due bidoni di plastica in cui erano sistemavamo i Lego. Non fu facile, anzi. Ma ricordo che mi impegnai in quel compito. Mi concentrai davvero. Poi, la maestra ci chiese di aiutarla a decorare i segnaposto per il pranzo del giorno seguente. La aiutammo a ritagliare ed incollare pezzi di carta colorata sulle targhette di cartone rigido.
Infine, ci toccò aiutare ad apparecchiare la tavola per il pranzo del giorno successivo. Prendevamo i piattini da un carrellino e li sistemavamo sui piccoli tavoli esagonali.
Guardavo il mio compagno con aria rassegnata, cercando uno sguardo complice. Martino, si chiamava. Quando incrociò il mio sguardo, fece spallucce e continuò il suo lavoro. Come dire «Ce lo siamo meritato». Fu in quel giorno che diventammo amici.

Circa una quindicina di anni dopo, fummo in competizione per una ragazza e per un lavoro estivo: portare le pizze in motorino. L’unica pizzeria del quartiere cercava solo un ragazzo per le consegne, ma quei soldi servivano a tutti e due. Lui si prese il lavoro, io mi presi la ragazza, anche se era già uscita un paio di volte con lui. Dopo quell’estate, non ci parlammo più.

Da bambini, avevamo un altro modo di approcciare le cose e di distinguere il bene dal male. Avevamo occhi più grandi, ma non vedevamo le differenze.

E avevamo un senso diverso di giustizia.

Non so dirvi esattamente in quale momento della mia vita queste cose si siano perse.

Davvero, non lo so.

E dire che pensavamo di essere diventati grandi e di iniziare a capire tutto della vita, perché avevamo iniziato a leggere i libri.

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