RACCONTO

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#wehaveadream #giustizia Giustizia è quando i pezzi del tutto tornano a posto e si ricompongono in un equilibrio che illumina il buio.

ROBERTA GALLUS COPUROGLU@cicekfiore

 I pezzi scomposti

Sara siede su una delle poltroncine in finta pelle e tiene occupato il posto a fianco a lei con la sua borsetta. Da l’altro lato c’è un tavolino, su cui è poggiata la rivista che ha acquistata nell’edicola dell’ aereoporto. E’ la sua arma da difesa, da impugnare quando qualcuno che le passa di fianco o di fronte si sofferma davanti al suo posto per più di circa 5 secondi. Allora Sara afferra la rivista, la apre a caso e ci si immerge, decisa a delimitare in modo sicuro lo spazio tra lei e gli altri, a disegnare attorno a se un confine invisibile ma evidente. Per il momento ha funzionato, ad eccezione della signora alta ed elegante col tailleur di un bianco immacolato che prima le ha chiesto l’ora e poi ha fatto un commento sul ritardo dell’aereo.

“Mi dispiace, non so dirle l’ora”. Sara non solleva neanche lo sguardo mentre liquida la signora alta ed elegante. Sara rifugge dalle conversazioni estemporanee, non riesce più a condividere uno scambio di impressioni e opinioni casuali. Da tanto tempo ormai, e in particolare oggi. E’ voluta venire all’aereoporto da sola, a parte chiaramente coloro che si sono occupati del caso, incluso il suo avvocato. A loro e’ demandata la cura degli aspetti tecnici e procedurali. Sara, seduta sulla poltroncina, ora guarda oltre le grandi vetrate della sala degli arrivi, su verso il cielo, che è grigio, cosparso di nuvole spesse che nascondono il sole.

Il suo sguardo si sposta poi sul display degli arrivi internazionali. Il ritardo dell’aereo è confermato e dilata ancora di qualche ora quell’assenza di anni. Sara legge la città di provenienza, ne ripete il nome una, due volte mentalmente e poi lo pronuncia lentamente e a voce bassa. Chiude gli occhi e, suo malgrado, di colpo è investita dai colori caldi di quella terra, dai suoi odori forti e speziati. Sente il vociare dei venditori che richiamano i clienti nei bazar, vede le fiumane di persone in vestiti multicolori. Sono come le immagini che scorrono, in sequenza predeterminata, sullo schermo di una cornice fotografica digitale.

A queste immagini ne susseguono altre, ugualmente non visitate da tempo, e sono quelle di un profilo elegante, di occhi neri dal taglio allungato, di mani affusolate ma fortemente maschili, di una lingua che suona così diversa. Dopodiché Sara ricorda attrazione, passione, progetti. E anche un senso quasi di sfrontatezza, in lei, misto all’orgoglio di fare una scelta non scontata, in qualche modo complessa. Con quel piglio aveva proposto alla professoressa l’argomento della tesi di laurea. La sottrazione internazionale di minori, quando un minore è rapito e portato all’estero, nella maggior parte dei casi ad opera di uno dei genitori. “Così - aveva commentato sorridendo in modo compiaciuto, non credendo minimamente che potesse accadere a lei - se mi dovesse succedere sono preparata”. Ora Sara ha la piena consapevolezza di come sia impossibile essere preparati ad una cosa simile.

L’avvocato le si avvicina, le chiede se vuole un caffè, magari qualcosa da mangiare. Sara sa che glielo chiede pur sapendo che lei dirà di no. L’avvocato le dice che gli dispiace per il ritardo dell’aereo ma ormai, coraggio, ci siamo. Sembra quasi che stia per metterle una mano sulla spalla ma poi la lascia cadere giù e si allontana. L’avvocato conosce Sara da quasi 3 anni e sa che è un gesto che non avrebbe alcuna valenza, che non riuscirebbe a creare nessuna incrinatura in quello che sembra essere uno spesso strato di apatia che si è venuto a formare nel corso di quei quasi 3 anni.

Quello che l’avvocato non sa, così come nessun altro, è che Sara, nel corso di quei quasi 3 anni, si e’ dovuta concentrare nel cercare di tenere insieme i vari pezzi, nell’attesa che si ristabilisse l’equilibrio. Esattamente come succedeva quando era piccola. Dopo un litigio con l’amica del cuore a scuola, un diverbio con uno dei compagni, una azzuffata con suo fratello, Sara non riusciva a dormire, la notte. Bisognava che “tutto fosse a posto”, lì, subito. Allora era una sensazione estremamente fisica. Aveva cercato di spiegarlo a sua madre, quando la consolava dicendole che avrebbe fatto pace con la sua amica la mattina dopo. Sara le diceva che non poteva aspettare, che il suo piede, la sua mano, il suo dito erano fuori posto, e sua madre finiva per bofonchiare, la baciava e se ne andava a letto. Solo la notte successiva, se era riuscita a fare pace con l’amica, Sara si metteva a letto e “tutto era di nuovo a posto” e allora accendeva una lucetta speciale a batteria, la metteva sul comodino e in quel chiarore che illuminava la stanza si addormentava quieta.

Da grande la sensazione fisica l’aveva abbandonata, ma il senso dei pezzi scomposti era rimasto. E, nel corso di quei quasi 3 anni, era stato così forte che le aveva limitato gli scambi, i contatti, l’interagire, lasciandole solo le energie per ricercare e credere nella possibilita’ di trovare di nuovo l’equilibrio.

E ora, in quell’aereoporto, Sara sa che, una volta atterrato l’aereo, aperto il portellone, espletate tutte le procedure, all’uscita degli arrivi internazionali vedrà due visi, probabilmente un po’ cambiati nel corso di quei quasi 3 anni, e che lì, subito,“tutto sarà di nuovo a posto” e, di questo non ne è sicura ma se lo immagina così, il sole verrà fuori, sempre più forte, fino ad illuminare tutto.

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