RACCONTO

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Appena conobbe il gelo negli occhi dei vili, si mise a cercare la #giustizia. Invano. Sarà un delirio dei folli, pensò capitolando #wehaveadream

FIAMMETTA GALBIATI@fiammettaga

 Solo i folli

È una macchia grigia appoggiata a una cornice scrostata, che poi è l’unica finestra del suo monolocale di una periferia figlia del caso e dell’austerity, nutrita di grandi paure e poche pretese. Come lui.
Passando di lì, non lo noteremmo quasi, se non fosse per quel suo vizio di tenere sempre la luce accesa e le tapparelle alzate. Del resto, chiuderle sarebbe impossibile, da quando sono state piegate dal tifone che nel novantasette aveva tirato giù pure i cornicioni del vescovado e i cedri del libano di via Nenni. Uno aveva colpito una macchina, da cui era appena scesa una donna con la figlioletta di due anni. Pochi secondi, e sarebbe stata una tragedia. Non che la vita della donna oggi sia costellata di gioie:
cupi presagi la assediano da quando anche l’ultimo baluardo delle industrie cittadine, che un tempo richiamavano genti e affari da tutto il paese, sta soccombendo sotto i frutti dell’avidità dei dirigenti, i suoi capi, fuggiti in salvo da qualche parte, pur di scansare inchieste e pettegolezzi. Svaporati.
Ma torniamo a lui, e osserviamo i suoi occhi finché quel poco di luce autunnale lo permette: stanno fendendo gli ultimi colli, oltre l’ansa del fiume, così negletto che tra dieci anni si ingoierà pure il molo turistico, oltre le legioni di pioppi pelati, le risaie brunite, i campi appena arati che esalano tannini e diossine, e quelli incolti che aspettano invano un nuovo raccolto da quando ha chiuso anche l’ultimo zuccherificio.
Entriamo in lui e scopriremo che trascende, il suo sguardo: è oltre ciò che esiste e che oggi non si vede nemmeno tanto densa è la nebbia. Questa sera i colli, le terre, il reale è poco più di un’impronta nei ricordi ereditati dalle giornate limpide. L’opalescenza di tutto quello che passa dalla cornice dei suoi pensieri si confonde con questa sua nuova consapevolezza: folli, sono folli – pensa di quelli che ci credono ancora.
È uno che, a quarantasette anni, si limita a esistere ogni mattina barricato dietro la cattedra di una scuola col soffitto che gocciola al minimo scroscio.
E, quando ha finito, sguscia in ingresso, mormora un saluto a chi c’è, e se ne va, spingendo il maniglione antipanico con il braccio, mai con la mano. La mano vorrebbe dire crederci ancora. Fuori non sorride, non si ossigena: pare un burattino, giunture fisse e schiena rigida, mentre si predispone all’attesa del giorno dopo, e poi del Lunedì, e di quel chiarore di Giugno quando la scuola finisce con le ultime riunioni. Con l’orizzonte sempre assediato da un altro anno, o un altro ciclo scolastico, nell’ingranaggio che un tempo avrebbe oliato col suo stesso sudore, benché fosse ancora precario. Basta un salto indietro nel tempo di un lustro per conoscerlo diverso: lo troveremmo sempre dietro la sua monofinestra, le persiane rotte e, forse, un altro tramonto senza rosa come questo lento soffocare di grigi nel nero.
Lo troveremmo, però, bramoso di visioni:
- Non ci dobbiamo arrendere, diceva.
- Parli tu, che hai i genitori dalla tua!
Un miracolo, il consenso dei genitori. Frutto di sforzi compiuti nonostante quel fuoco incrociato di invidie irrimediabilmente acquattato dietro i portoni delle scuole in cui insegnava.
- Io non capisco perché sprechi tante energie, gli aveva detto quella e tante altre colleghe.
La risposta l’aveva trovata da piccolo spettatore delle gesta dei bambini carnefici. Violenze ataviche, o private, o instillate dagli albori della globalità, sgomitavano per inghiottire i deboli, suoi compagni. Crudeltà insensate per chi le subiva senza respiro, tra capannelli di acclamazione dei forti e le compiacenze di adulti che si limitavano a un’alzata di spalle. Le sopracciglia aggrottate di certe maestre infastidite. L’indifferenza glaciale negli occhi di chi si ritraeva.
E, più tardi, era troppo vedere la ferocia che graffiava taluni fino a lasciare solchi indelebili. Le grida dei potenti valgono il doppio di quelle degli ultimi, aveva pensato un giorno d’Agosto, uno di quelli in cui tutto pare sul punto di sciogliersi. Si era fermato al buio di un sottopasso: scappava. Sudava e scappava. Il cemento del muro non serviva a niente, non calmava il fuoco indignato che lo accompagnava da tempo.
Pensava di congiungere mani, di aprire le menti alla civiltà, insegnando, ma col tempo l’inedia ha spento anche il suo ardore.
È stato un lento vacillare attorno a lui delle illusioni dei decenni precedenti: sussulti riecheggiati sapientemente dai nuovi media, sobillati dalle urla dei potenti.
Ha finito per perdere le redini.
I genitori, disorientati dal crollo delle loro certezze, sono masse di genti inferocite: quelli che hanno molto esigono tutto, brandendo un’arroganza inedita. Le famiglie che non hanno di che pagare le cose, nemmeno un quaderno, accompagnano i bambini con gli occhi attaccati al pavimento.
Chissà se li rivedrò il mese prossimo, pensa ogni volta. I fondi, ridotti all’osso, non coprono neanche le spese ordinarie. E poi, le invidie erosive, il suo sprone nelle vecchie battaglie, lo hanno accerchiato, inghiottendo ciò che ancora c’era di buono. I residui di fiducia. Presto perderà anche i bambini in questo cinismo disperato, lo sa.
Quarantasette anni. Potrebbe essere prematuro per chiunque, ma non per lui, capitolare ora.

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