RACCONTO

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Rispetto per sé e per gli altri, per le leggi e per l'ambiente, un mondo civile dove i sogni si possano avverare. #wehaveadream #giustizia

FLAVIA PATERA@flapatty

 La Giustizia

Ieri mi sono svegliata prestissimo ed ho pensato che fosse profondamente ingiusto che avessi dormito così poco e che dovessi andare al lavoro. Fuori diluviava e faceva davvero freddo. Ho acceso la mia moka, perché io senza le mie tre tazzine di caffè mattutino non vado da nessuna parte, e ho sfogliato il giornale, mentre “azzuppavo” i miei biscotti preferiti nel mio cappuccino.
Mi è venuto un sorriso, e mi sono ricordata di una frase che avevo letto da qualche parte “Se un uomo non riesce ad essere felice con poco, non sarà felice con nulla.”
La mia piccolina mi aveva svegliato in maniera traumatica, appendendosi al piumone ed iniziando a piangere, urlando: “Non è giusto”. L’ho acciuffata con una mano e tirata su nel letto con me, l’ho coccolata, fuori era ancora buio. Siamo state così, con Mia accoccolata fra le mie braccia, con la sua testolina un tutt’uno sul mio cuore. Poi le ho chiesto cosa non fosse giusto, e lei mi ha guardato con i suoi occhioni verdi scuro: “Non è giusto che devo andare a scuola, che tu devi andare al lavoro, che noi non stiamo insieme, che papà non c’è”. Mi si è stretto il cuore, ho sentito di nuovo quella ferita riaprirsi, non sapevo cosa dire, sì hai ragione piccola mia, non è giusto che papà sia andato via. Mi sono venute le lacrime agli occhi, ma le ho ricacciate indietro, non volevo che Mia vedesse. Allora le ho cantato la sua canzone preferita, “shorint’bread”. Ha sorriso la mia bimba, e ha cominciato a seguirne il ritmo allegro con la testolina. Ed io ho pensato che aveva ragione, che non era giusto che suo padre ci avesse abbandonato, che non era giusto che io dovessi lavorare 12h, che non era giusto che lei sentisse tutta questa ingiustizia, così presto e così forte.
Mia conosceva la storia della canzone, e lei sorrideva felice e diceva che erano forti questi schiavi d’America, che si erano inventati una canzone allegra contro la schiavitù. E così avevamo deciso che, ogni volta che la tristezza ci assaliva, che ci sembrava che nulla fosse giusto per noi due, ci dovevamo fermare, respirare forte ed inventarci una situazione tanto bella quanto era brutta la sensazione che ci aveva assalito.
E ridevamo tantissimo alla fine delle nostre situazioni di contrappasso, perché Mia ne inventava di tremende. Come quando aveva invitato i vicini per fargli vedere come mi aveva travestito ed io mi ero vergognata da morire. Ma io ci stavo, stavo a tutto quello che la mia piccolina voleva fare, perché volevo cancellare l’ingiustizia che l’aveva colta così piccola, le volevo restituire il doppio dell’amore che le era stato tolto.
Quella mattina, l’ho guardata e le ho detto: “ Piccola sai che facciamo? Oggi non vado a lavoro, tu non vai a scuola, ci accoccoliamo sotto al piumone e ti leggo una storia fantastica, che ne dici?” Lo sguardo di Mia, mi ha ripagato di tutto quello che avrei dovuto affrontare per quel premio che non avrei ritirato e ho pensato che il tempo passato con chi si ama è un bene di cui bisogna essere avari. Quel tempo per sé e per le persone della propria vita è la vera libertà cui bisogna ambire.
Ho chiamato in ufficio, ho detto che stavo male. Ho chiamato all’asilo, ho detto che Mia stava male. Poi le ho strizzato l’occhio per la piccola bugia.
Ci siamo accoccolate sul divano sotto il plaid. Ho preso un libro e ho iniziato a leggerle una storia.
Lui è un anziano presidente di un piccolo paese del centro America, proprio di quel centro America dove è iniziata la schiavitù della canzone che piace a te, piccola. Ha sempre lavorato contro la dittatura e per l’uguaglianza di tutti, nella convinzione perenne che è meglio poco a tutti che molto a pochi. Sai, Mia, una volta è riuscito a far scappare 106 prigionieri dalle terribili carceri del tiranno scavando un tunnel sotterraneo. Ma l’hanno catturato e ha dovuto passare circa 14 anni in carcere. Poi quando finalmente è uscito da quella prigione durissima, ha deciso di continuare a lottare per la giustizia sociale, per creare un posto nel mondo dove i poveri avessero la stessa dignità dei ricchi, dove lo spreco fosse bandito. Un mondo dove i sogni di tutti si potessero avverare, avendo i medesimi diritti e le stesse opportunità, un mondo dove la sobrietà fosse una rotta da seguire. Un mondo dove le persone sappiano avere rispetto per sé e per gli altri, per la natura che le circonda, dove non serve fare a gara a chi ha di più, a chi si sente migliore e felice se ha di più di un altro. Un mondo dove l’onestà sia un valore e non una debolezza.
Mi chiedi chi ha scritto questa bella favola, no ti dico, tesoro, non è una favola, è una storia vera. Lui esiste davvero, lui ci crede nella possibilità di un mondo più giusto per tutti.
Guardo i tuoi occhietti felici e sono contenta di aver cancellato l’ingiustizia che avvertivi oggi, rinunciando a quello che credevo un grosso successo fino a stamattina. Ti ho regalato la gioia di sperare in un futuro con meno ingiustizia, quella che oggi per te, è stare senza la tua mamma.
Adesso so come si sente l’anziano presidente del piccolo paese, quando incontra i poverelli che gli dicono “Gracias” per aver rinunciato ai suoi soldi per loro.
Sa di aver cancellato l’ingiustizia che li ha accompagnati dalla nascita, e di aver donato loro la speranza di un futuro migliore. E quella gioia, per il presidente del piccolo paese è la prova provata, che si può vivere giustamente.

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