RACCONTO

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La #giustizia è la prima forma di #compassione, è condividere emotivamente i soprusi degli altri e combattere per porvi fine. #wehaveadream

LORENZO ONGARO@ongarolorenzo

 Akwasi

Mi guardava allo stesso modo in cui si fissa il crocefisso durante la messa, quando vuoi chiedere un’intercessione.

Aveva due occhi grandi, neri. E’ la prima cosa che ricordo. Glielo leggevi negli occhi che lui era molto più vecchio dei ventenni che vedi in giro con i motorini sulle strade di Agrigento. La sua pelle parlava da sola: cicatrici profonde su entrambe le braccia, i polpastrelli si erano avvizziti dal troppo tempo a nuotare verso la salvezza. Dalla testa, rasata in maniera sommaria, scendeva lento e solenne un rivolo di sangue grumoso. Indossava un paio di jeans troppo grandi per la sua taglia e ai piedi non aveva nient'altro che la sabbia rimasta attaccata dalla corsa fino a qui, ai limiti della strada.
Sembravano le scarpe di chi è costretto a fuggire da tutto, per sempre.

Chissà da quanto tempo non mangiava. Respirava affannoso, la sua cassa toracica sembrava una fisarmonica triste. Stavamo come comunicando, ma non con le parole. Mi continuava a indicare la sua maglietta: era di colore rosso e aveva il numero dieci sul retro, con scritto a caratteri maiuscoli “TOTTI”. Forse doveva arrivare a Roma, là magari avrebbe avuto qualcuno ad accoglierlo, o forse era solo una delle magliette mandate da qualche gruppo missionario.

I gabbiani coprivano il silenzio brumoso che si era creato tra di noi e intanto il vento cercava di avvicinarmi a lui. Anch’io avevo paura: era diverso da tutti quelli che avevo visto ai lati delle strade, a vendere ombrelli o a lavarmi il vetro della macchina. Forse erano tutti così, appena sbarcati.

La maglietta della Roma era ancora bagnata: aderiva perfettamente al petto, prima di vagare senza forma all'altezza della pancia convessa, provata dal mare e dalla fame.

Uno non può capire il mare se vive in Piemonte o in Valle D'Aosta. La certezza di morire quando incontri l'alta marea, il terrore del vento nella direzione sbagliata, le onde fameliche pronte a rigurgitarti a pezzi. Un pescatore come me invece lo sa bene cosa vuol dire, sopravvivere al mare.

Provava a indicare qualcosa, in direzione del bagnasciuga. Guardando bene riuscii a scorgere una maglietta che galleggiava, color verde brillante.

Accanto alla maglietta c’erano dei sacchi neri, sembravano bolle di petrolio nel mare. Sulla spiaggia non era rimasto nessuno di loro, ma tanti sicuramente se li era presi il mare.

L’uomo davanti a me era piombato davanti alla macchina due minuti prima, rischiando di farsi investire.

In lontananza si cominciava a sentire la sirena della polizia marittima: i suoi occhi s’iniettarono di paura, quella vera di chi si sente braccato. Era una specie di preghiera muta, quel suo tendermi la mano. Non sono mai stato uno coraggioso io, lo devo ammettere. Avevo messo il primo piede in macchina quando disse la sua prima parola di quell'incontro.

- Please. Please.

Mi voltai: avevo paura quanto lui, sentendo quelle parole. Erano sgraziate, piene di timore. Chissà dove lo avrebbero mandato: forse in un Centro di Identificazione e di Espulsione per poi rimandarlo là dove lui non voleva tornare. Era disposto a morire per mare, pur di non starci più.

Misi il secondo piede in macchina e chiusi la porta. Non riuscivo a mettere in moto. Sentivo il rumore delle sirene, anche con il finestrino alzato: ormai erano vicine. Ora leggevo solo il labiale, implorava il mio aiuto con quella semplice parola: please.

La sagoma blu del motoscafo si faceva più vicina e lui mise una mano sul vetro della macchina. Era grande come la mia, identica. Era un uomo, infondo. Come me. Cinque, dico cinque secondi: eppure mi sembrava che ci fossimo scambiati tutte le nostre vite in quei pochi istanti. Sentivo qualcosa che mi graffiava lo stomaco, qui.

Feci quello che sentivo giusto in quel momento, senza riflettere. Dopo uno sguardo veloce e pieno di riconoscenza entrò velocissimo nell’auto e richiuse la portiera. Si accovacciò, singhiozzando.

Lo so, ho rischiato molto. Rimase nascosto per tutto il tragitto, mentre i poliziotti setacciavano la spiaggia. Non disse una parola per tutto il viaggio, lasciandomi il tempo di pensare se la tuta da pescatore di mio figlio Vincenzo gli sarebbe stata bene. Forse un po’ stretta di maniche, pensai. Lui ora studia a Milano, la pesca non fa per lui.

Una volta entrati a casa mia mi disse che si chiamava Akwasi, che significa “nato di domenica”. Avrebbe lavorato con me sul peschereccio, l’avrei messo in regola e tutto quanto.

Quando capii che cosa gli stavo offrendo sorrise come non avevo mai visto fare in vita mia. Sorrideva perfino con gli occhi, due occhi grandi e neri.

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