RACCONTO

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#Giustizia, maledetta giustizia. Può essere liberazione ma, a volte, anche spesso una gabbia che ti opprime. #wehaveadream

SALVATORE ALBANO @salvo_albano

 Giustizia alternativa

Faceva freddo, quella sera di novembre. In centro città la gente camminava in preda a strani raptus e tic nervosi. A zig zag, tra le vetrine dei negozi, a caccia del capo di moda all’ultimo grido, super scontato. Per lo più donne. I maschi, fidanzati, mariti o semplici accompagnatori fumavano nervosamente sotto i portici, impazienti di attendere ancora e si ritrovavano a parlare tra di loro. Delle solite cose. Di che volete che parlino i maschi. Della prodezza pomeridiana del centravanti della loro squadra del cuore. Del solito pesante pranzo delle proprie suocere. Della riunione pallosissima del giorno dopo col capo, a lavoro. Sempre le solite cose. Il mondo non cambierà mai. I più sfortunati dovevano badare pure ai propri figli, che le compagne avevano ben pensato di lasciar loro. Io figli non ne avevo, non erano arrivati. Una moglie ce l’avevo avuta, prima che un bastardo me la portasse via, una domenica pomeriggio come quella. Uno psicopatico aveva seminato il panico, in centro città, sparando all’impazzata tra la folla per chissà quale problema personale al quale non era riuscito a dare una soluzione come le persone sane. Marta mi aspettava in piazza, mentre ero entrato un attimo al tabacchi a prendere le sigarette per entrambi. L’avevo lasciata sorridente, un attimo prima. La ritrovai pochi secondi più tardi, subito dopo aver sentito gli spari e visto il folle avanzare tra la gente; era in terra, gli occhi in lacrime che cercavano i miei, col sangue che fiottava dal suo addome. La corsa in ospedale fu inutile. Non ci fu niente da fare. Seguirono periodi bui, nerissimi. Mangiavo poco, a volte nulla. Fumavo e bevevo tantissimo. Mi ero ridotto uno straccio. Il senso di colpa mi tormentava il sonno. Riuscivo ad appisolarmi solo poche ore per notte, mi svegliavo di frequente. La scena era sempre la stessa. Rivedevo il folle sparare e centrare Marta e io, immobile, incapace di evitare tutto ciò. L’impotenza era la cosa che mi tormentava più di ogni altra cosa. L’essermi trovato lontano da mia moglie quando sarei dovuto rimanere là a proteggerla. Il fatto che fosse successo in mia presenza era stato solo un caso. Sarebbe potuto accadere mentre ero al lavoro e magari lei al supermercato a fare la spesa. Le sedute da Alessandro, un mio amico psicologo, furono inutili. Non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto né, probabilmente, ci sarei mai riuscito. Solo la certezza che il pazzo avrebbe passato il resto dei suoi giorni in galera, probabilmente, mi avrebbe fatto stare leggermente meglio. Attesi per mesi il processo. Mi affidai ad uno dei più prestigiosi studi legali della città. Non ci fu nulla da fare. Dopo varie udienze ricorsi e controricorsi, come prevedibile l’avvocato del folle invocò l’infermità mentale, tra le mie proteste. Rinunciai al risarcimento economico che la corte di giustizia mi aveva assegnato. Che cazzo ne avrei fatto dei soldi? Mica ci potevo ricomprare Marta. Era quella la beffa peggiore. Come se i suoi sorrisi, le sue risate, le sue coccole, i suoi baci, il suo carattere potessero avere un valore pecuniario. Neanche tutti i soldi di questo Mondo avrebbero potuto minimamente ridarmi un minimo di lei. Due anni di manicomio criminale non meritavano neanche un sorriso della mia Marta. La giustizia sa essere bastarda, a volte. Giustizia, maledetta giustizia. Può essere liberazione ma, a volte, anche spesso una gabbia che ti opprime. Vedere quel criminale libero mi innervosiva ancora di più. Passai dei mesi a seguire i suoi spostamenti, a tener traccia di quello che faceva, dei posti che frequentava, della gente che incontrava. Avevo pensato spesso a un modo per fregarlo, per indurlo a sbagliare di nuovo. A farlo entrare in qualche giro strano, che lo inducesse a sbagliare di nuovo. Lo stronzo sembrava filare dritto, e più lui sembrava condurre una vita normale tanto più io peggioravo la mia esistenza. Era diventata una vera e propria ossessione per me. Poi una sera, inaspettata, parve accendersi la scintilla giusta. La giustizia poteva finalmente avere il suo corso. Lo seguii in centro, tenendomi a debita distanza. Entrò in un bar, non c’era nessuno a parte il proprietario che, dietro il bancone, rigovernava prima di andare a casa. Il tizio estrasse dalla giacca di pelle la pistola e la puntò all’altezza del cuore del barista, e si fece consegnare una busta gialla. Si era messo a chiedere il pizzo. Non feci nulla. Osservai soltanto. Lo seguii per altre sere ancora e notai che cambiava ogni sera bar. Finché una sera entrò da Luigi, un mio carissimo amico. Aspettai come al solito che riscuotesse la mazzetta e poi entrai a mia volta, quando se ne era già andato. Trovai Luigi in lacrime, molto più invecchiato rispetto a come l’avevo lasciato l’ultima volta. Feci finta di nulla, gli chiesi da bere e gli raccontai la mia storia. Lui, a sua volta, mi raccontò la sua. Mi feci giustizia da solo, una sera di febbraio, mentre le donne, fuori, in preda a tic nervosi facevano shopping compulsivo. Poi chiamai la Polizia e mi costituii. Mi diedero sette anni. Per la giustizia sono un assassino, con poche attenuanti. Per chi mi conosce un uomo lasciato solo, disperato, che ha dovuto farsi giustizia da solo. La mia coscienza non mi da pace, mi tormenta. Sarebbe stato tutto diverso, con una giustizia diversa. Forse.

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