RACCONTO

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#wehaveadream... Quando sei così pieno di #felicità che puoi solo stare immobile, per non farne cadere fuori dal cuore nemmeno una goccia.

GAIA STRAULINO@Gaia_Ninet

 Il viaggio

Venticinque anni di vita.
Una vita senza troppi problemi, tutto sommato non male, con i suoi momenti di spensieratezza, ma felice… Felice no. Fin da bambina, quando semplicemente preferivo stare sola o con poche persone piuttosto che seguire il gregge e fare giochi che non mi piacevano solo per stare in compagnia. Anche durante l’adolescenza, quando le nuove esperienze mi permisero di conoscere persone a me affini, ma comunque non ero mai riuscita a legare troppo con qualcuno, non in maniera duratura, e così più o meno anche dopo. Malgrado avessi una vita sociale normale, conoscenti con cui uscivo e persone a cui rivolgermi se ne avessi avuto il bisogno, ero una persona fondamentalmente sola. Con il senno di poi, forse la mia mancata felicità dipendeva parzialmente da questo, malgrado non mi fosse difficile sopportarlo, anzi spesso era una mia scelta.
Del resto, non avevo mai capito esattamente dove cercarla, quella felicità.
Forse era tutta una questione di pace interiore, di trovare l’equilibrio con l’esterno anche quando la tua esistenza va a rotoli. O forse si trattava solo di riuscire a passare sopra agli aspetti spiacevoli del quotidiano, di riuscire a dimenticarsi di quello che non andava. Però di una cosa ero più o meno sempre stata convinta: la felicità non a cercata nelle persone. Il motivo per cui credevo questo era semplice: è facile affezionarsi ad altre persone, ma l’essere umano è un elemento instabile. Alla fine quella piccola cosa, la felicità, l’avevo sempre considerata un progetto di vita, un progetto che non si può basare su qualcosa dall’anima e dal corpo così caduchi come l’uomo. Anche quando avrai trovato la pace grazie a qualcuno e sarai felice, questi comunque se ne andrà un giorno, se non sua sponte, solo perché è giunta la sua ora. “Ma a venticinque anni non devi pensare alla morte, devi vivere la vita, carpe diem”, eccetera, eccetera. E’ vero. Avrei dovuto. Ma del resto sapevo che la vita funzionava a questa maniera, e non volevo soffrire, preferivo preparare me stessa all’inevitabile per essere sicura di accogliere la Nera Salvatrice come una buona amica, dopo un’esistenza vissuta con soddisfazione. Avevo già deluso altre persone, in passato, e non volevo deludere anche me stessa. Inconsciamente, forse volevo solo che il giorno in cui il sentimento di solitudine mi avesse abbandonata, l’avrebbe fatto per non tornare mai più. E volevo esserne sicura.
Poi mi scontrai con qualcosa, o meglio qualcuno, che mi cambiò completamente.

Come ci fossimo conosciuti non ha importanza, o almeno nessuno dei due successivamente ritenne mai che fosse importante. Fu solo una serie di strane coincidenze, come spesso capita, del resto.
Lui era bello e selvaggio come un’antica foresta, con un’anima grande quanto il mare, e io a confronto mi sentivo insignificante e grezza come uno scoglio in mezzo alle onde. E come uno scoglio, staccata da quella terraferma che sono tutti gli altri, ma non abbastanza da poter ignorare quella presenza. Avevamo un carattere simile ma avevamo affrontato la vita in modo completamente diverso. Anche lui dentro era un po’ solo, ma della solitudine dell’oceano, così vasto e magnifico da trovare difficilmente compagnie che lo capissero. Aveva sopportato quella situazione in una maniera diversa, allargandosi e andando ad abbracciare il mondo, mentre io mi ero stretta in me stessa, diventando un masso che poteva solo rotolare sulla propria via, investendo ciò trovava sul proprio cammino. Mi aveva sommersa di meraviglia come uno tsunami.
Fu grazie a lui che capii. Avevo dentro ancora i fantasmi degli errori passati e dei torti subiti, ma lui effettuava giorno per giorno un gentile salasso sulla mia anima, scacciando i ricordi spiacevoli. Sapevo che avrei potuto soffrire, un giorno, eppure il suo arrivo aveva portato un nuovo sentimento, una sensazione di magnifica pace, e capii che non dovevo fuggire, questa volta.

Ho novantacinque anni, ora.
Allora avevo quasi un quarto degli anni che ora mi porto sulle spalle e che mi sento addosso, uno per uno, come pegno per un’esistenza così prolungata.
Sono stata sciocca, cercando di essere saggia. Ora che sono arrivata a questo punto della mia vita, posso dirlo per certo.
Lui, l’uomo che ha cambiato la mia esistenza, ha lasciato questo mondo da ormai quattro mesi. Io sono qui, con le mani che tremano, a scrivere di felicità, mentre calde lacrime colano sulle mie guance ormai stropicciate come carta velina dalle mani del Tempo. Mi sto lasciando andare lentamente, tanto ormai anche i miei nipoti sono adulti. A questo mondo nessuno ha più bisogno di me, l’unico che ne potesse avere, e l’unico di cui io necessitassi, se n’è andato. Ma ora, con il senno di poi, posso dire che la mia non è stata un’esistenza buttata. Ho vissuto più di due terzi della mia vita nella felicità, riuscendo a superare ogni volta quei dispiaceri e quelle difficoltà che tutti prima o poi si trovano a dover affrontare. E ora che la fine è vicina, so che me ne andrò senza rimpianti, anche se morirò sola, perché ho capito che la vita è il viaggio, non la destinazione.
E la Felicità non è la meta, ma è il modo di arrivarci.

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