RACCONTO

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#wehaveadream #felicità sono gli occhi di mio nonno che ricorda la fuga nel giorno del suo compleanno del '43. E' nato l'8 settembre.

NADIA DAVINI@Nadezdavz

 Fuga di felicità

Felicità. Paura. Felicità. Paura. Felicità. Paura. Quando scappi hai il cuore che quasi non si tiene più, sembra che sobbalzi e che si strappi da un momento all'altro. Non hai ripensamenti, perché non hai tempo. Non hai tempo per pisciare, per pensare, per ricordare, per piangere, per pregare, per smoccolare. Hai solo il tempo di fare quello che stai facendo.
Meccanicamente. Un passo e poi l'altro. Di nuovo un passo e di nuovo l'altro. Prima il destro e poi il sinistro, di nuovo il destro e di nuovo il sinistro.
A passo svelto, senza voltarti. Le gambe in fila, il tempo scandito dal fruscio dei pantaloni che sembrano comporre una musica regolare.
Ma no, questo è venuto dopo. Mi confondo. Questo è già un ricordo, è già una ricostruzione. In quel momento non sapevo se stessi portando i pantaloni lunghi o corti e che rumore facesse il velluto a contatto col velluto stropicciato sopra gli scarponi sporchi di fango e fogliame.
A passo svelto, dicevo. Senza voltarmi, testa china, poi sempre più veloce, che quasi inciampavo, ma non dovevo fare rumore. Mi arrotolavo su me stesso, i piedi si incastravano nei piedi, dovevo stare su. Il passo lasciò presto il posto alla corsa affannosa e scomposta, poi alla corsa disperata e urlante di felicità. Stai fuggendo, Mario. Sì, stai fuggendo. Sei in fuga, se qualcuno ti vede ti ammazza. Un colpo, secco, bam, a terra, morto. Morto e sepolto chi sa dove. Chi sa da chi. Morto e casa è lontana. Casa è lontana davvero.
Ma no. Anche questi pensieri sono venuti dopo. Dopo la fuga, dico. In quel momento preciso c'ero solo io. Io e altri cinque come me. Secchi e allampanati ragazzotti di provincia. Affamati, perché si mangiava poco.
Sconvolti, perché non sapevamo cosa stessimo facendo, ma lo stavamo facendo. E questo bastava. A me bastava. Io non ho avuto ripensamenti.
Mai.
Sono nato a Viareggio. Sono cresciuto a Viareggio. E Viareggio è l'unico posto al mondo in cui vorrei vivere. Mio padre è socialista. Di quei socialisti buoni, dico. Quelli antifascisti, quelli dei fratelli Rosselli e Matteotti. Non ha mai preso la tessera del fascio e Viareggio, credetemi, Viareggio è piccola davvero. Anche se c'è il porto, e che porto. Anche se c'è il mare, e che mare, Viareggio è piccola. Ci si conosce tutti. Giocavamo per strada o in pineta, poi si andava sul Molo e si guardava il mare. Prima della guerra, dico.
È impossibile nascondersi e infatti mio padre non si è mai nascosto. È socialista e lo dice forte. Lo dice forte anche mentre passano i fascisti, fascistacci anzi, della città. E io li conosco e li riconosco. Sono i nostri vicini di casa. E da un giorno all'altro hanno iniziato a farci degli sgarbi, perché non salutiamo col braccio teso quando passano quelli importanti, quei signorotti di paese arricchiti che pensano di farci paura. Mio padre è stato licenziato, picchiato, minacciato, torturato. Oh sì, l'ha bevuto anche lui l'olio di ricino.
Le manganellate l'ha sentite precise e potenti sugli stinchi, certi lividi poveromo. Ma non si piegava, eh. Per risposta ci portava in giro per Viareggio vestiti con i cappotti rossi. Siamo tre fratelli, io il più grande. A me raccontava delle storie belle e mi ha sempre istruito a dovere: noi siamo socialisti e siamo per la libertà. Siamo per un paese felice e libero, dove siamo tutti uguali, dove i più poveri vengono aiutati da chi sta meglio e dove ci si chiama per nome. E se ci si chiama per nome oggi, ci si chiama per nome anche domani. Perché l'umiltà, la giustizia e il rispetto vengono prima di ogni altra cosa.
Mi basta questo. Con queste parole nella testa sono tranquillo: sarà che mio padre ha quel vocione pieno, rotondo, caldo, in tutto e per tutto uguale al suo nome. Gustavo. Forte, coraggioso, giusto. Sarà che quando parla è sicuro di sé, non tentenna, ha negli occhi la forza della ragione e della speranza. È un uomo felice. Io la felicità l'ho imparata così: ascoltando mio padre che sotto le bombe e mentre i crampi ti prendono allo stomaco perché sono due giorni che non mangi, parla di libertà. Di giustizia e di sogni: di quel sogno che abbiamo tutti, io, mio padre, mia madre, i miei due fratelli più piccoli e questi cinque soldati ragazzotti di provincia, secchi e strampalati, che ora fuggono con me.
Ancona non mi piace, ma la stazione di Ancona oggi ha una luce tutta sua. «Otto settembre millenovecentoquarantatré. Il treno per Viareggio delle ore 20 è in arrivo». «Ma siamo sicuri che oggi sia l'8 settembre?» - chiedo perplesso e col cuore in affanno. «Sì, otto settembre. Hai sentito prima alla radio? Diceva otto settembre», mi rispondono in coro. Oh Cristo, otto settembre - penso - Oggi ho 19 anni. E torno a casa.
Mario figlio di Gustavo socialista di Viareggio a casa ci tornò davvero. 8 settembre 1943. Treno Ancona - Viareggio. Indossava una camicia stracciata a quadri, i pantaloni di velluto consumati e gli scarponi di due numeri più piccoli. Fuggì dalla guerra per tornare a Viareggio con altri soldati che, travestiti con panni borghesi e ammassati sui tetti del treno, tornavano alle loro case. A Viareggio c'era la fame e poco dopo partì per le Apuane.
Divenne partigiano. Un anno passato lassù. Parlando con formiche e rane nelle lunghe ore di solitudine. E guadagnandoci una saggezza che oggi, a 89 anni, gli fa dire che «chi non è felice con poco non sarà felice con niente».

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