RACCONTO

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#Felicità é comprendere che commettere errori non é un limite, ma una possibilità #wehaveadream

MARTINA CRAPANZANO@MartyPuck

 La felicità oltre il confine

Gli aeroporti sono la mia casa, gli aerei la mia vita. Viaggiare è più che una scelta; è una vocazione, è amare la libertà, le possibilità, ma soprattutto la conoscenza.
La mia relazione con il volo è più intima di quella che potrei avere con una donna: un viaggio in aereo mi fa vivere emozioni contrastanti, può essere sereno e turbolento insieme. L'aereo, amato compagno di avventure, non prova gelosie e risentimenti quando preferisco prenderne un altro.
Non ho più paura delle mie scelte, anche se dovessero rivelarsi sbagliate.
Ricordo ancora quando da ragazzino, timido e insicuro, cercavo di non deludere nessuno. Passavo il mio tempo a fare ciò che gli altri mi dicevano, sperando di trovare il mio posto nel mondo. Ancora inesperto mi aggrappavo a ciò che mi dicevano gli adulti, per capire come andavano le cose.
Tutte le sicurezze che acquisivo venivano infrante nel momento in cui scoprivo qualcosa di diverso da ciò che mi era stato detto in precedenza.
Troppo piccolo per intraprendere una critica autonoma, cercavo di decifrare le nozioni che mi venivano impartite, quest'impresa diventava il mio puzzle senza pezzi, pezzi che dovevo cercare da solo. A volte ne trovavo due uguali, paradossalmente non compatibili né tra di loro, né con il resto.
Sempre più taciturno e pensieroso, passavo il mio tempo a leggere, trascurando i giochi all'aperto. Non avevo amici, ero troppo occupato a trincerarmi nelle mie idee per poter perdere tempo in passatempi sociali.
Un giorno, inaspettatamente, i miei genitori mi portarono dal medico.
La visita fu deprimente, specialmente quando il dottore mi pesò; il suo volto preoccupato, mi fece comprendere che ero troppo magro, per questo propose ai miei genitori di farmi praticare attività fisica.
Questo fu l'inizio di numerosi litigi: non potevo indugiare dietro certe stupidaggini, dovevo riuscire a risollevarmi. Ero infelice.
Quando lessi per la prima volta Leopardi mi identificai in lui e capii che mi stavo perdendo qualcosa, ciò mi portò ad accettare la proposta dei miei genitori. Mi iscrissero ad una scuola di atletica leggera, e anche se per me era inconcepibile che delle persone incoraggiassero altri a correre più veloce, a saltare più in alto e a sviluppare il corpo, mi impegnai seriamente.
A volte avevo voglia di urlare che si stavano dimenticando del mondo, però mi trattenevo perché io, invece, mi ero dimenticato della vita.
I mesi passavano e non riuscivo nemmeno a correre i sessanta metri piani senza arrivare stremato al traguardo, ma l'allenatore non demordeva.
Un giorno mi ero convinto ad uscire con i miei compagni.
Eravamo in un campetto, e i più grandi facevano gli spavaldi, mostrando le loro abilità. Non mi consideravano, per loro non ero capace nemmeno di saltare sul posto. Non riuscivo a capire perché mi avessero invitato, forse li aveva convinti il coach.
Improvvisamente uno di loro rise dicendo:
– Ragazzi è il momento!
Ridevano, ridevano a crepapelle, solo io sembravo disorientato.
Tutti si diressero verso un cortile che si trovava al confine con il campetto nel quale, oltrepassando la rete, si presentava maestoso un muro di una vecchia casa. Io li seguii.
– Guardate, il poveretto è talmente confuso che inciampa ad ogni passo!
Le loro fragorose risate mi trapanavano il cervello.
– Come vi permettete? Io non ho paura!
– Non hai paura? Dimostracelo. Arrampicati su quel muro e salta!
– È impossibile, non posso farlo. Ho commesso un errore, non dovevo venire qui...
Disperato, pensieri ossessivi mi tormentavano: avevo sbagliato ad andare li e ad iscrivermi a quella stupida scuola: avevo scelto io l'infelicità?
– È impossibile solo per gli smidollati.
– Io non sono smidollato!
Mai stuzzicare un uomo nell'orgoglio, potrebbe commettere le peggiori idiozie; io così commisi l'incoscienza di arrampicarmi.
Il muro era alto più di tre metri, e, nonostante le rientranze e le sporgenze mi permettessero di darmi la spinta, le mani sanguinavano a causa delle pietre acuminate.
Dovevo farcela, non potevo farmi deridere ancora, ero stanco, stanco di tutte le prese in giro e le incomprensioni che non mi lasciavano in pace.
Se non trovavo il senso in ciò che mi circondava avrei potuto trovarlo io, facendo in modo che l'insicurezza non mi condizionasse, che non mi deprimesse; potevo decidere che il limite non era reale, non era un confine invalicabile.
Ogni centimetro guadagnato in quella salita era una scarica di adrenalina, potevo farcela e anche se le ginocchia sbucciate e le mani ferite mi ricordavano di stare attento perché scivolando avrei rischiato grosso, mi accorsi che ero arrivato prima di quanto credessi: finalmente ero in cima al muro.
Arrivato lì non volevo più scendere, non potevo, ero completamente rapito dalla nuova prospettiva. Finalmente mi resi conto che per comprendere la vita non è necessaria una verità assoluta, ma la consapevolezza di far parte del mondo: se non alzavo gli occhi per vederlo, come potevo capirlo?
Per la prima volta sulle mie labbra prese forma un sorriso.
Per la prima volta ero felice.
Per la prima volta intuivo che la felicità è rendersi conto che l'errore non è un limite, ma solo una possibilità.

Questa consapevolezza mi cambiò la vita; adesso volo per amore e mi arrampico per raggiungere le vette più alte, inesplorate, inaccessibili, che aspettano solo un uomo pronto ad accettare la sfida.

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