RACCONTO

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#Felicità è trovare il proprio posto nel mondo, dopo aver sfidato l'onda, assecondato il flutto, abbracciato il mare. #wehaveadream

VINCENZO CASCONE@VinVincas

 Biglietti, prego

Incrociarono lo sguardo, per non più di qualche secondo, e tanto bastò al diaframma di Giorgio per restare sospeso, inaspettatamente. La ragazza distolse gli occhi color nocciola per fissare, oltre il finestrino, sprazzi della stessa realtà percepiti da un’angolazione opposta, in lento movimento.
Il Frecciarossa sul quale erano saliti, fino a ritrovarsi seduti uno di fronte all’altro, aveva iniziato la sua marcia: primo del giorno, usciva dalla stazione di Napoli per risalire mezza penisola.
Giorgio scrutava, furtivo, il volto di lei. Ne ristudiava i lineamenti, a distanza di tempo, cercandone il tesoro. Lui, più di tanti altri, conosceva il segreto di quel viso: una graziosa fossetta spuntava all’angolo sinistro della bocca, quando esplodeva in un sorriso. Te ne aspetteresti due in questi casi, ma Nadia ne aveva solo una, a sinistra: magia.
Una voce superò il tramestio del vagone e giunse, improvvisa, ad interrompere i pensieri del ragazzo. «Mi sei mancato». Pausa. «Molto». Velluto. Quella voce era velluto. Giorgio sarebbe stato lì ad ascoltarla per ore, ancora – certe cose non cambiano mai. Come potrebbero, del resto?
«Qualcosa nel tuo piano non deve aver funzionato, allora». Non troppo dolce, non troppo rude: Giorgio avvertiva un certo pericolo nel lasciarsi avvolgere da quelle fibre. Ma non avrebbe mai rischiato di strapparle.
«Non sono mai stata un’abile stratega, lo sai». Pausa, di nuovo. «Cambio troppo spesso idea sulle cose. Su di me».
Decisamente.
La vita, nelle sue danze, aveva già portato Giorgio e Nadia a sedersi allo stesso tavolo da gioco, anni prima. Avevano provato a mescolare le loro carte, per vedere cosa sarebbe uscito fuori. Le combinazioni sembravano perfette: fu questo che la spaventò.
Era stato – si era detto Giorgio, col tempo – come trascorrere un’intera serata nella hall di un multisala, ad osservare i pannelli luminosi con le locandine dei film in proiezione. Non l’avresti definita una mossa molto sensata, ma rimasero lì, ad immaginare le storie dietro il vetro – le loro possibili storie, se solo avessero voluto diventarne i protagonisti. Rimasero semplici comparse.
Giorgio ripose le sue carte in tasca e vide allontanarsi lei, troppo insicura sulle cose del mondo per lasciarsi travolgere da un rapporto così intenso. La vita, allora, immancabile, li riprese nelle sue danze: un altro giro, che li divise e li portò lontano.
Da quel giorno avevano viaggiato, tanto. Scoperto, molto. Amato, poco. La loro speciale alchimia, piccola pianta del deserto, aveva resistito alla siccità e ora recuperava vigore. Goccia dopo goccia, parola dopo parola.
Abbattevano le mura delle formalità e degli imbarazzi, quei due, mentre fuori fu mattina, meriggio e pomeriggio. Coppia assai strana, quei due:
compagni di viaggio, senza neppure sapere fin dove. Non era stata una semplice dimenticanza – non puoi fare un incontro su un treno e dimenticare di chiedere: dove stai andando? Era, piuttosto, il consapevole desiderio di vivere la felicità di ritrovarsi, senza contare i minuti – loro che il tempo non l’avrebbero mai posseduto.
E quando il treno ripartì verso l’ultima fermata e nessuno si mosse, sembrò naturale, quasi scontato, che entrambi fossero diretti a Milano: visita alla sorella, lei; lavoro, lui.
Scesero dal treno. Il luogo più adatto dove confluire sembrò quel punto sotto i tabelloni orari all’ingresso della stazione, crocevia di respiri, valige, destini.
Nadia iniziò a parlare, con quella velocità di parola che solo un sincero entusiasmo può donare. A trascriverlo non useresti nemmeno una virgola.
Forse un punto, appena.
Era qualcosa riguardo il caso – o il destino. Chissà chi o cosa aveva riservato per loro due posti sullo stesso treno, uno di fronte all’altro. Era difficile non pensare ad un piano che aveva fatto di nuovo impugnare la penna ad entrambi. A lui, che non era cambiato. A lei, che si diceva diversa. Perché non provare a scrivere un altro capitolo della storia, lì dove si erano fermati?
«Sto immaginando noi due a cena, stasera, insieme a mia sorella. Sarebbe felicissima anche lei. Quasi più di me».
Leggerezza. Come se il mondo, carico dei suoi mali, non sprofondi nel vuoto solo perché a tenerlo su ci pensano persone come Nadia, con quegli inviti così, dal nulla. Velluto e leggerezza: tante volte Giorgio non aveva desiderato altro.
Pausa, di nuovo ancora. Più lunga delle altre. Forse silenzio, per sempre.
Giorgio immaginò di trovare semplici parole per congedarsi dalla sua compagna di viaggio, uscire dalla stazione e perdersi, da solo, nel reticolo di strade a lui ignoto, cercando il senso di quell’ordine fino a perdere il suo.
Una cosa tranquilla. Poi, però, la razionalità si fece superare dall’istinto, all’ultima curva sul sentiero verso il sacro altare delle Cose Da Fare Perché Ne Vale Sempre La Pena. Perché la felicità richiede passi diversi, il sacrificio di orgoglio e pregiudizio per far rinascere l’anima a nuova vita.
Giorgio si abbassò e baciò Nadia, sulla fronte.
«Prometti solo che a cucinare sarà tua sorella».
Quell’ultima pausa fu davvero soltanto una pausa.
Avvenne Il miracolo di lei. Quello di scegliere in quell’istante, nel serbatoio dei mille movimenti possibili, quello e quello solo che avrebbe dato carne e senso a quello stato: felicità.
La fossetta era ritornata, all’angolo della bocca. Nadia, raggiante, sorrideva.

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