RACCONTO

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#wehaveadream #felicità é quando ti arrabbi con la vita e puntualmente lei ti dimostra che ti stavi sbagliando e che c'é sempre speranza.

ARIANNA BURATO@AriannaBurato

 La Ragazza delle Rose

Camminava.

Camminava per le vecchie strade della città con un mazzo di rose rosa tra le mani, sorrideva a chiunque incrociasse nel suo cammino, lei, giovane ragazza dai capelli castani, vestita con abiti pastello, donava una delle rose del suo mazzo a chi contraccambiava il suo sorriso.

Le rose che si separavano dal mazzo, però, erano davvero poche, solo i bambini ne ricevevano, solo i bambini non avevano timore di rispondere dolcemente ad un sorriso ricevuto.

Le altre persone si chiedevano come potesse essere sempre felice, invidiose preferivano abbassare lo sguardo e continuare a camminare di fretta, fingendo di non provare alcun sentimento qualora le sue piccole labbra sorridenti si rivolgessero proprio a loro.

Più volte le era stato detto di non lasciarsi travolgere dalla felicità, di non sperare: < Il mondo è cattivo, veloce e sicuramente non ti concederà il tempo necessario a realizzare i tuoi sogni >, ma lei sembrava non voler ascoltare, camminava e sorrideva, tutto il giorno, tutti i giorni.

Sedeva davanti alla finestra osservando le gocce di pioggia, le lacrime della città, scriveva poesie e componeva canzoni in La minore, sorseggiava una tazza di cioccolata calda che le riscaldava le mani bucate dalle spine delle rose. Conosceva molto bene la tristezza ed era grata per questo, sosteneva, infatti, che la vera felicità si celasse nel dolore, unica forza capace di stimolarci a cercare la lietezza.

La città la conosceva come la “Sognatrice”, i bambini la chiamavano “la ragazza delle rose”.

Una mattina, dopo aver donato due rose ai bambini che si dirigevano verso il cortile umido della scuola, si avvicinò ad un vecchio cieco seduto sul marciapiede, il quale, sentendo il suo profumo di latte e miele disperdersi nella nebbia reduce dalla pioggia notturna, le sorrise.

La giovane si sedette accanto a lui e con cautela dispose tre rose tra le mani del vecchio:

la prima perché le aveva sorriso, la seconda perché non aveva avuto timore di sorridere e la terza perché era capace di vedere meglio di chiunque altro, sapeva immaginare, sapeva sperare, la sua cecità gli aveva permesso di sognare, di non vedere il mondo come la gente lo descriveva, il suo era un mondo felice, un mondo tutto suo.

Con una voce soave lo salutò e riprese il suo cammino; camminava e sembrava essere più felice del solito, lo era veramente, con una mano si posizionava accuratamente una rosa tra i capelli legati in una morbida treccia disordinata, sorrideva alla gente con i suoi occhi accoglienti e fischiettava un motivetto allegro, quasi a voler fare a gara con i pettirossi che stavano sotto i tetti.

Tornata nella sua stanza che profumava di legno e cannella, prese il suo diario e lo portò davanti alla finestra che guardava su una strada colorata d’autunno, scrisse la data e impostò il titolo :

“ Oggi ho imparato che i sogni e le speranze ci salvano, ci permettono di disegnare un mondo a colori, ci danno la forza di lottare per qualcosa, di raggiungere la felicità “

Nelle settimane a seguire continuò a camminare e sorridere, scrivere poesie e canzoni e a chiunque le dicesse di smetterla di perdersi in stupide fantasie, lei rispondeva:

“ Nessuno può vietarmi di essere felice, nessuno può vietarmi di trasformare la pioggia in coriandoli “

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