RACCONTO

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Nudi nel letargo della notte. Ritrovare un sorriso smarrito fra le pieghe del tuo corpo. #wehaveadream #felicità

SERENA STRINGHER@DiverdeSerena

 Odore di casa

Mi sveglia il silenzio.
Guardo l'ora tenendo il braccio vicino per mettere a fuoco il quadrante, le cinque e un quarto. La finestra incornicia un cielo ancora buio, le stelle si sono già spente e tutto riposa. Anche lei, vicino a me, il mio gomitolo caldo di sonno.
E' bella. E dorme.
Seppellita in un letargo di piuma, la bocca semiaperta, schiacciata contro il cuscino che le piace tanto, pieno di quadrifogli verdi, un corredo comperato quel Natale di tanti anni fa. Me lo ricordo quel Natale, quello senza neve ma invaso da un gelo mai sentito prima, che immortalò le azalee in pose rachitiche e crepò l'ulivo. Un Natale lunghissimo che sembrava non avere mai fine, file e file di ore opache e silenziose dietro i vetri. Fu il Natale delle flebo appese al posto delle decorazioni dorate, dei capelli che saltavano via come aghi secchi dai rami e degli occhi a forma di sassi. Lei lo chiamava il mio Natale noioso.
Fu il nostro Natale del cancro.
Le liscio i capelli che nella penombra della stanza ricordano i riccioli scuri che erano un tempo, liscio anche i quadrifogli di cotone che alla fine ci hanno portato davvero tanta fortuna, aveva ragione lei, come sempre.
Lei, che ora muove piano le labbra, lasciami dormire ancora un po', sembra dire, lasciami in letargo ancora un po'. Lo chiamava anche il mio letargo brutto quel Natale, l'inverno di coperte su coperte su coperte e ancora il naso era gelato e le mani grigie e blu. Si guardava nuda nello specchio e mi diceva ecco, sono un albero pieno di fili di luce ma senza lampadine, che fregatura, un rotolo di spago, e rideva cercando di farmi ridere e io provavo a ridere e la abbracciavo perché non mi vedesse piangere. La prendevo su e la portavo di là, la tenevo fra le braccia sul divano e mi sembrava di schiacciarla, le leggevo Romain Gary e Michel Tremblay davanti al fuoco del camino e tentavo di scaldarla.
E' calda, invece, stamattina, sotto il piumone verde. Le metto una mano sulla schiena che un tempo era muscolosa e bellissima, che quando le facevo l'amore da dietro mi incantavo a guardarla alla luce della luna. Adesso è più spigolosa e magra, ma tiepida come il suo respiro e come il suo respiro sa di lei.
Dicono che il corpo cambi odore nel tempo, che invecchiando non profumi più e acquisti un vago sentore di usato, che per i miei pazienti in ambulatorio è di lenzuola stropicciate e cavolo bollito, di casa dopo i pranzi di festa prima che si aprano le finestre, di terra che non viene mai smossa e ammuffisce.
Io mi annuso e non mi sento, ma sento lei. Sa ancora di moglie fresca, di foglie e di tana e ogni angolo del suo corpo ha un profumo diverso. Il Natale del cancro c'era un puzzo di medicine rancide buttato come uno straccio su tutta la sua pelle, eravamo a letto e sembrava sempre di stare in ospedale. Se lo portò dietro per qualche anno, l'odore del cancro, come la scia sporca di una cometa spenta.
Adesso, invece, metto la testa sotto le coperte e la annuso. Sento il profumo di casa nostra, pane sul suo collo e sotto le ascelle edera e noci, sul suo seno morbido un fascio d'erba al sole. Lei. L'odore della felicità.
Il profumo del mio letargo quotidiano.

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