RACCONTO

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#felicità Trascinare la valigia fuori da un aereo, riempirsi gli occhi di colori inaspettati e le narici di odori nuovi #wehaveadream

NOEMI MONTELEONE@__Noemi___

 Il magico liquido della felicità

Anni di viaggi, anni di valigie fatte di corsa, di spazzolini dimenticati in albergo, di file in aeroporto, di sospiri salutando un orizzonte dal finestrino di un aereo, ma soprattutto di respiri, profondi e liberatori ad ogni arrivo: ancora un’altra meta, colori inaspettati, profumi che inebriano i sensi. Per lungo, lungo tempo, questa è stata la mia felicità. Non ero contenta solo in viaggio, no, il tempo trascorso tra una fuga e l’altra era altrettanto leggero, del resto si sa, la felicità sta nell’attesa, la volpe lo spiegò al piccolo principe e anche a me, tanto tempo fa. Adesso posso dire che non era quella la felicità, direi piuttosto che era una continua e inconsapevole corsa seguendone le tracce, ovunque.

Francia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Irlanda, Turchia, Cina, America, tanti luoghi, tanti brevi amori, tante promesse di tornare, disattese poi, e sostituite da un’altra nuova meta, sconosciuta e affascinante.

Ognuno di questi posti mi ha rubato un pezzetto di cuore e l’ha tenuto per sé, fagocitato e custodito dalle viscere della sua terra, ma mai nessuno di loro è riuscito a trattenermi, rapirmi o a legarmi a sé. Mai, fino a quello strano incontro, avevo sentito il desiderio di fermarmi per più di qualche mese. E’ il destino di una trottola perdere il suo moto di rotazione e cedere, finalmente, alla forza di gravità.

Il mio destino comparve sotto forma di un profumato liquido ambrato, un conforto la gola e per il cuore, e in un manina, piccola e determinata, che seppe non lasciarmi andar via.

La manina apparteneva, e ancora appartiene, a due occhi di ambra incorniciati da boccoli di miele, che portano il nome Samira. Solo quattro anni, ma un concentrato di determinazione e coraggio che non mi diedero scampo.

Entrai in quella modesta sala da tè in un freddo pomeriggio di febbraio, avevo camminato per ore, senza accorgermi della stanchezza, avevo fotografato scorci rubati da angolazioni impreviste, volti di bambini che giocavano in strada, di vecchi seduti ai bar e suggestivi elementi architettonici, senza accorgermi della fame, né della sete. Ero piuttosto impolverata, ed anche stanca, ma troppo lontana dalla modesta camera presa in affitto alla pensione “Marì” per pensare di tornare indietro, così spinsi quella porta, mi inchinai leggermente per salutare, come avevo visto fare dalla gente del luogo e mi guardai intorno in cerca di un posto in cui trovare ristoro.

Fu Samira ad accogliermi, semplicemente mi prese la mano e mi accompagnò ad un tavolo libero, basso e rotondo, e ad un grande cuscino in tessuto ricamato adagiato sul pavimento. Mai nessun luogo mi sembrò così comodo ed accogliente. Senza dire nulla la bambina porto una tazza di vetro, decorata con piccoli disegni in oro, e un piattino fichi secchi ripieni di noci, datteri farciti con mandorle tritate e cannella e del formaggio. Qualche minuto dopo tornò al tavolo, trascinando per il vestito una bella giovane donna dalla pelle abbronzata che portava un vassoio con una teiera di metallo e mi versò del liquido ambrato nel bicchiere, e infine poggiò sul tavolo una minuscola ciotola di miele. Mi sorrise, prima con i suoi occhi vispi e intelligenti, poi con denti bianchi protetti da labbra sottili, poi tornò ad armeggiare dietro al bancone, mentre Samira si sedette accanto a me, mi porse un dattero, quasi invitandomi a non fare complimenti e mangiò lei stessa.

C’era qualcosa di magico in quel liquido, o forse in quel pasto regale, una qualche stregoneria mi mise un giogo e io non riuscii più a rinunciare a quel tè, ma soprattutto a quei quattro occhi. Iniziai ad andare lì ogni giorno, guadagnai la fiducia delle due donne, la grande e la piccina, e all’inizio della primavera lavoravo ormai con loro, servivo ai tavoli, aiutavo nelle pulizie, insegnavo alla piccola samara a scattare le sue prime fotografie. Diedi loro il sostegno che non avevano mai avuto dal padre di Samara, fuggito chissà dove qualche mese prima della sua nascita, e loro diedero a me un luogo che, inspiegabilmente, chiamavo “casa”, per la prima volta in tanti anni.

Una piccola comunità di donne che ruotava intorno a rituale del tè e della condivisione.

Fu quella per me la vera felicità, non lo avrei mai creduto possibile, ma accadde così e ancora adesso, mentre scrivo, sorseggio il liquido magico preparate dalle mani, ormai adulte, della mia sempre piccola Samira.

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