RACCONTO

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Credo nelle nostre schermaglie e credo in te. Sei l'unica arma che ho. #wehaveadream #fede

ANDREA MONTEFUSCO@AndreaMontefusc

 #fede.

Ho visto Giulia per la prima volta la mattina del 25 aprile 2004, pioveva come in film americano e grazie a quel temporale da record stagionale non successe nient’altro. Erano tempi che qualche nostalgico potrebbe definire come “gli anni dell’università”. Eccezion fatta per i titoli di studio conseguiti, la mia vita è rimasta identica ad allora. Svolgo tre lavori quasi in nero in determinati periodi dell’anno e durante le ferie cerco di dare un senso alla mia laurea in Lettere anche se, in questo mondo fatto su misura per ingegneri, un senso sembra averlo solo per me. Cerco di essere sempre educato come voleva mia madre e di pensare pochissimo alla previdenza sociale e moltissimo a Giulia.

Non sono mai stato in grado di definire le cose che mi circondano, mi perdo nei dettagli, faccio confusione, divago. Non saprei nemmeno spiegare cosa sia Giulia per me, illustri signori della Corte, nonostante il coraggio odierno e le buone intenzioni. Potrei raccontarvi della quarta volta che l’ho vista, borbottavo tra me e me alla fermata del 46 barrato, lei mi vide ed aprì la portiera della sua utilitaria bluette. L’abitacolo era saturo di una fragranza mista tra profumo francese ed odore della pelle dei sedili, un’essenza dolce ma non troppo, un po’ come il sentore che percepivo di ritorno a casa per le vacanze. Odorava di Pearl Jam quando cantano di una porta aperta e di ritornare. Guidava decisa ma non rigida, era rilassata ed a suo agio nel posto di comando. I suoi pantaloni neri sembravano morbidi ma ben stretti e forse rendevano giustizia alle sue gambe più di quanto avrebbe fatto una minigonna. Non l’avevo mai vista con i capelli raccolti, erano tenuti insieme in un punto da un fermaglio scuro che non impediva le ricadessero leggermente sulle spalle e su un maglioncino giallo, ma su quest’ultimo punto causa discromatopsia non posso garantire.

Veda grand Coësre, sono passati nove anni da quel giorno, nove anni di piccole conquiste che non hanno portato a niente di solido se non l’esserci ugualmente, sempre. Anni di corse, solidarietà, pazzie, di male comune e tenerezze. Anni di gioie e di tragedie, di quelle che tentano di spezzarti le vene nelle mani. “Perché Dio ci mette sempre alla prova”, sentenziava sarcasticamente mio nonno sputacchiando bestemmie tra il piatto e la bottiglia di vino, prove che sembrano non finire mai. Osservate ciò che avete intorno, uscite nei vicoli, io non lo so perché si debba vivere in un presente che somiglia ad una grande muraglia fatta di nebbia. Non ne ho idea, sono solo un finto uomo di lettere. Per Giulia posso dirvi quello in cui credo signori della corte, credo nelle nostre schermaglie e credo in lei. E’ l’unica arma che ho per essere felice, ora, in questo momento ed in questo posto. Ammetto che dovrei spiegaglielo in un modo più convincente visto che non credo lei sappia tutto questo ma mi impegnerò. L’ho sempre guardata tantissimo, mi piace farlo. In lei vedo un universo di buoni propositi, l’ironia che vorrei avere io, bicchieri di vino bevuti e buttati dalla finestra la notte dell’ultimo dell’anno. In lei vedo quel filo da stringere che mi permette di stare con i piedi per terra. Lei non mi consente di superare le avversità ma di essere vivo nonostante tutto, la precarietà, l’amoralità, il cancro e la fame nel mondo.

Ecco, grand Coësre, signori della corte, questo è tutto quello che so, quello in cui credo. L’indirizzo a cui arrivano le mie preghiere ha il suo nome, il suo viso e la sua scontrosità quando deve far la pipì. In questi tempi cosi foschi io guido tenendo gli occhi incollati sulla striscia bianca della carreggiata, gli occhi incollati su di Lei. E ne vale veramente la pena. Questo è tutto, ed è quanto basta. Mi appello alla vostra clemenza.

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