RACCONTO

tweet
#wehaveadream Il sonno della #fede genera disincanto, la #fede nei sogni rigenera alquanto

GABRIELE GROSSO@gabri_grosso

 Le è sempre bastato

Le hanno detto di aspettare. Sono stati gentili. Lei ha sorriso, socchiudendo gli occhi. E' il suo modo di dire grazie, fin da bambina. Poi si è seduta, le braccia sul grembo, come chi è abituato a sgranare rosari. Il vestito della festa, lo stesso da sempre, la fa sembrare più minuta e severa di un tempo. Ma dal volto, scavato dagli anni, traspare una quiete profonda, come dopo un lungo sonno o sospiro. Non sa dove sia, né ricorda di esserci arrivata. La stanza è luminosa, ma non ci sono finestre né luci. Solo una porta e una fila di sedie, come nelle sale d'attesa. Il silenzio si sente, ma non è preoccupata. Le hanno detto di aspettare, e sono stati gentili. Questo le basta. Le è sempre bastato.
È come essere a casa, per lei, l’attesa. Lo sguardo che si sposta dalla maniglia alle mani, da queste alla pentola che bolle sul fuoco, per poi tornare fiducioso alla porta e ricominciare tutto da capo. Mentre le ore divengono giorni, e questi stagioni. E' da molto che attende, da quando suo figlio è partito. Con un bacio, lì dove gli occhi e il naso si sfiorano. E una promessa: "Aspettami". Poi più nulla. Non una lettera, né un telegramma. Solo attesa e rosari: "... sia fatta la tua volontà ... adesso e nell'ora della nostra morte … amen". Fino a notte inoltrata. Tutte le notti, fino a stanotte. Vestita a festa, la sedia rivolta alla porta, con le mani sul grembo.
E gli occhi chiusi, come chi non può più attendere.

“Sono qui, mamma”, baciandola lì dove gli occhi e il naso si sfiorano, “sono tornato”. Lei allunga le mani - cerca le sue - con gli occhi ancora socchiusi. Le trova, tremando di gioia, a un passo da lei. Sorridono entrambi. Lo stesso modo di inclinare la testa di lato. “Da quanto sei qui?” chiede lei. “Mi avevano detto di aspettare…” continua quasi volesse scusarsi, mentre gli prende le mani e le porta alla bocca “… ma ero stanca”.
“Sono appena arrivato”, la interrompe lui per inginocchiarsi ai suoi piedi e appoggiarle la testa sul grembo. Come quando, da piccolo, era triste o felice. “Non sei cambiato per nulla”, gli dice lei accarezzandogli il viso, “ma i tuoi occhi sono tristi. Perché?”.
Non è un rimprovero, ma suona così nel cuore di lui. “Appunto di questo volevo parlarti, mamma”. Di colpo la voce si fa incerta, i lineamenti tesi.
“Non ho mantenuto la promessa” dice cercando con gli occhi per terra, il coraggio e le parole. Poi tace, vorrebbe non dirglielo, ha paura di vederla soffrire. È solo un attimo, ma è in sospeso da tempo. “Perché …”, prova a riprendere lui, ma lei lo interrompe appoggiandogli l’indice sulle labbra. “Mi avevi detto di aspettarti e l’ho fatto. Adesso sei qui, ovunque sia qui”. Poi nel silenzio, seduta composta, comprende d’un tratto tutto il dolore che le è stato risparmiato.
“Sono stati gentili”, aggiunge mentre con una mano gli spolvera il bavero e le spalline della divisa. Poi, con un piccolo movimento del mento e degli occhi, accenna alla porta. “Andiamo?” gli dice. Lui la guarda, e annuisce. Lei invece sorride, socchiudendo gli occhi. È il suo modo di dire grazie, fin da bambina.

iovivoconnesso a #wehaveadream su telecomitalia.com