RACCONTO

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#wehaveadream Lo sguardo verso il vuoto di una giornata come tante, ora che non gli era rimasto che quello insieme alla sua #dignità

ELENA SOLITO@elesolito

 L'uomo sulla panchina nel parco

Un tempo si alzava presto per correre, infilava le sue scarpe da ginnastica e correva respirando a pieni polmoni. Poi aveva smesso di alzarsi presto, di correre, di respirare. Si era fermato su quella panchina gelata con il corpo ricurvo che ora sembrava pesante, ingombrante e improvvisamente si era ritrovato in quel viso scavato e invecchiato, di fronte agli alberi spogli con quei rami striminziti, nel silenzio del parco di quella mattina, con lo sguardo verso il vuoto di una giornata come tante, ora che non gli era rimasto che quello insieme alla sua dignità, ora che aveva perso quasi tutto, il lavoro e quell’appartamento in città, ereditato dalla nonna ma che era finito a quella donna solo perché era la madre dei suoi figli. Aveva perso anche lei, sua moglie, giorno dopo giorno, mentre i bambini crescevano loro avevano imparato ad allontanarsi, tutto quello che lei aveva amato di lui era diventato improvvisamente insopportabile, quei viaggi troppo frequenti avevano creato un varco, una distanza intollerabile e la sua assenza era stata la causa della sua colpa, quella di averle fatto lasciare un lavoro come assistente legale per curare i gemelli. E’ che ad un certo punto semplicemente si erano abituati a tutto questo, alla mancanza e perdersi era diventato la normalità, alimentare il disprezzo una necessità fino a riconoscersi come due estranei.

Ora avrebbe avuto tanto tempo per correre, avrebbe dovuto farlo, per trovare un altro lavoro, per i bambini che doveva gestire nei weekend che il giudice gli aveva concesso, per tornare a dormire sul divano della casa dei genitori troppo anziani e malati per occuparsi anche di lui.
Ma il suo corpo sembrava di marmo, incapace di muoversi, i muscoli atrofizzati, di pensieri non ne aveva quasi più, non sapeva se per via del freddo e dell’umidità di una mattina nel parco o se per via di quella vita che stava scivolando tra il declino e la solitudine.
Guardava quegli uomini che correvano fieri, prima del lavoro, guardava la sua vita infilata in quei vestiti che avrebbe voluto strappare per riprendersela, per riappropriarsene e scomparire nella nebbia, lontano dal dolore, dalla vergogna, da quello che lui identificava come il fallimento di quella esistenza.

Una donna anziana si era fermata vicino a lui con il suo cane, gli aveva portato un sacchetto del pane con due coperte. “La vedo tutti i giorni, sa, si vede che lei è una brava persona. Sono appena sfornati.” Poi aveva appoggiato le coperte sulla panchina, “Fa freddo la notte, dicono che peggiorerà, ma vedrà domani andrà meglio.” Lui l’aveva guardata con gli occhi pieni di lacrime, perché un uomo deve sapere anche accettare aiuto quando è il momento e quella debolezza lo aveva fatto sentire un po’ più forte, quello sguardo e quel gesto racchiudevano tutta la dignità dell’umanità, nel dare agli altri e nel saper accettare quei doni con un sorriso.
Il giorno dopo la panchina sarebbe rimasta vuota e la donna avrebbe trovato le coperte piegate con un biglietto. “Grazie”.

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