RACCONTO

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#wehaveadream #dignità Dignità è quella di chi sa perdere e trarre dal fallimento la forza per rialzarsi e vincere.

LARA PRANDO@Skeeter84

 L'ultimo inchino

Non avevo mai meditato sulla musicalità, la costanza, la metrica di un respiro. Bisogna ascoltarlo con attenzione e, provando a chiudere gli occhi, nella mente inizieranno a comparire delle onde: acqua che si ritrae lasciando la sua patina schiumosa, acqua che torna prepotente sul litorale.
Gli piaceva guardare il mare prima di immergersi. Sarebbe stato lì per ore a osservarlo, e io ero troppo piccola per capire e pensavo: "Buttati papà!".

Quando si muore, si muore inspirando: si tiene con sé l’ultimo soffio, quello che gli antichi chiamavano psyché, e ci si porta appresso il passato e il presente. Espirare è azione futura e spetta a quelli che rimangono e devono continuare a respirare.
Era un venerdì. Tra me e mio padre regnava il silenzio. Uno dei curiosi ogni tanto ci spiava da dietro un separé. Io facevo finta di non vederlo. Mi davano fastidio gli sguardi sul corpo sofferente di mio padre, specie quelli di chi non lo aveva mai conosciuto prima che quella cosa là (come lo chiamavamo) si insinuasse in lui tacita e indisturbata senza che nessuno, medici compresi, se ne fosse accorto. Sopportavo a malapena i visi degli infermieri, spesso assuefatti all’horror quotidiano. Provavo una certa compassione, invece, per i dottorini che cercavano in ogni modo di non incrociare il mio sguardo. Credo facesse male. Lacchè in camice bianco seguivano il primario di turno. Accennai un sorriso sarcastico:"Guardali", mi avrebbe detto lui, "Non è così che si fa carriera". Ne era fermamente convinto.
Mio padre continuava a respirare – sembrava un canto – e io continuavo a viaggiare con la mente. Gli stavo vicino in maniera goffa. Avevo detto a mia madre di andare a casa tranquilla, sarei rimasta io. Mi sentivo forte, ma non lo ero affatto.
La sua posizione fetale e gli occhi semichiusi lo facevano sembrare un neonato. Lo guardavo con occhi di madre, non più di figlia. Questo scambio di ruoli, però, non durò molto. Lui non me lo permise.
Fui io a rompere il silenzio, dicendo la prima cosa che mi venne in mente:"Non preoccuparti, io resto qui, non vado a lavoro oggi". Questo bastò a scatenare una mareggiata. Il suo respiro si fece più profondo e più concitato: non poté fare a meno di rimproverarmi per quello che gli avevo detto. Loro, i medici, si erano sbagliati, ancora una volta. Lui capiva, fin troppo, e aveva trovato il modo di comunicare con me.
Si sforzò di guardarmi, cercando con tutto se stesso di aprire gli occhi.
Cominciò a fissarmi. Si intuivano benissimo la fatica e la forza di volontà che quello sguardo richiedeva.
Capii che era arrabbiato con me, la cosa mi sbalordì e mi fece sorridere.
Anche malato, morente, voleva essere padre e ammonirmi: "Ho detto qualcosa di sbagliato?" dissi. Lui chiuse gli occhi. Tradotto:"Sì". "Non vuoi che resti. Vuoi che vada via?", dissi, un po’ provocatoria. Occhi aperti.
Tradotto:"No". "Va bene, papà, ho capito. Vuoi che vada al lavoro, perché non posso permettermi di fermarmi. Da adesso, immagino". Occhi chiusi.
Feci tutto il possibile perché il mare di lacrime pronto a scorrere dai miei occhi si bloccasse. Non potevo deluderlo.
"Dignità – continuavo a ripetere a me stessa – devo mostrare dignità". Per costruirne le fondamenta iniziai dal ricordo più remoto che avevo di lui, poi arrivai all’ultimo mattone, quel momento tutto nostro. Un’inserviente florida e robusta, con un bel sorriso, troncò la mia costruzione mentale. Guardò mio padre e poi anche me. Mi sorrise. "Dev’essere stato un buon padre, un uomo che nella malattia ha mostrato di avere una così grande dignità". Ero incredula: come poteva, questo corpo in fin di vita, trasmettere dignità, a mio padre così cara? Aveva perso quasi subito la facoltà di parlare. Allora pensai che l’osservazione della donna fosse scaturita dalle azioni, dai modi di fare o meglio “stare” di mio padre; il suo rispetto per l’altro, la sua forza, si riflettevano nei gesti, non nelle parole. La dignità sgorgava dai suoi ultimi soffi di vita, che fluttuavano in quella minuscola stanza. Quella donna aveva saputo guardare oltre l’involucro e ne aveva scoperto il soffio vitale. La dignità e la forza di mio padre erano racchiuse nel suo cuore palpitante, nell’unico organo sano che gli fosse rimasto e che lottò fino alla fine. Per lui non esistevano i perdenti o i vincenti, ma solo le persone. Diceva che la vita è come una ruota intorno alla quale girano gli eventi e noi con loro. A uno tocca il fallimento, ad un altro il successo e così via, in un continuo scambio di ruoli. Di conseguenza era convinto che saper perdere fosse indispensabile per vincere la partita della vita. Per questo motivo amava particolarmente indossare scarpe ben lucidate, perché i suoi passi brillassero comunque, che la ruota girasse dalla parte giusta o meno.
"Nei momenti di buio cerchiamo disperatamente qualcuno che accenda la luce per noi", diceva, "ma è meglio sapere sempre dov’è l’interruttore. Non si sa mai". Al suo capezzale ho imparato a vedere come non avevo mai visto, a trasformare le cadute in opportunità, ma soprattutto ho imparato a respirare, in maniera nuova.
Non vinse l’ultima battaglia ma da buon condottiero ha combattuto fino all’ultima stoccata. La sua vittoria è stata essersi congedato dal mondo con un bell’inchino a tutti noi prima che si chiudesse il sipario.
Applausi.
Ha sempre avuto un certo stile.

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