RACCONTO

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La #dignità è il bene più profondo che ognuno di noi custodisce dentro di sé, senza di essa saremmo solo un involucro vuoto. #wehaveadream

LORENZO ONGARO@ongarolorenzo

 Kalifoo Ground

Faceva veramente freddo nella baracca di Gwen, Quel gelo ti succhiava via la vita. Vivevamo in dieci sotto un tetto sfondato, una stanza larga pochi metri. Sentivo lo stomaco contorcersi come un animale morente nella Savana per la fame. Me li ricordo, i Leoni, colpiti senza dignità dai cacciatori nascosti a decine di metri di distanza. Non mi sembra così diverso, qui a Borano.
Sono qui da una settimana, e mi sembra di vivere in un incubo: ci chiamano i “kalifoo”, una parola libica per gli immigrati in transito. La verità è che eravamo semplicemente schiavi, schiavi a giornata.
Erano le 5 di mattina, pioveva. Prima poche gocce, poi più intensamente.
Guardai Gwen e gli altri africani che stavano con me in quella prigione, consapevoli che non ci avrebbero preso tutti.
In pochi minuti eravamo tutti pronti a uscire, tanto non ci si poteva preparare più di tanto. Presi un po’ di acqua da una bottiglia e mi lavai al meglio. Non c’era l’elettricità, figuriamoci l’acqua. Dovevamo sbrigarci ad andare alla rotonda poco più lontana, sarebbe sicuramente arrivato il caporale nel giro di pochi minuti.
Mio fratello Hossein almeno aveva un lavoro fisso. Lo pagavano meno, ma lavorava tutti i giorni in un cantiere poco lontano dalla nostra baracca. Chissà che fine ha fatto.
Come uno schiavo passato di padrone in padrone, ero stato mandato di campo in campo: a Foggia per i pomodori, a Cassibile per le patate, a Rosarno per le arance, nell’aversano per il tabacco, a Casal di Principe per le fragole. Questa era l’ultima tappa, per i pomodori.
Ci pagavano una miseria, tre euro per un cassone di 3 quintali. Chi arrivava a raccoglierne venti era fortunato, forse lo avrebbero richiamato. Dall’alba al tramonto, chini a raccogliere pomodori da vendere nei supermercati.
Come morti viventi io, Gwen e gli altri ci avvicinammo verso la rotonda, dove potevamo vedere anche gli altri kalifoo che vivono a Borano. E’ una piccola città dove muoiono lentamente almeno 300 africani, senza niente in qui sperare se non morire.
L’Italia mi ha fatto male come l’Africa. Lo so io, come lo sapevano tutti quelli intorno a me, che si accalcavano come cani sotto a un tavolo dove cadono le briciole.
Il caporale ci guardava dall’alto, era in piedi sul retro del furgoncino. Ci guardava con disprezzo, sembrava volerci sputare addosso. Aveva dei baffi folti, grigi. Indossava una camicia azzurra e fumava una sigaretta arrotolata.
Stava cominciando la chiamata degli schiavi.
Uno dopo l’altro, i fortunati venivano fatti mettere a lato del furgoncino, pronti a lavorare per dieci ore senza fermarsi nemmeno per mangiare un pomodoro. Se ti scoprivano a mangiare eri finito. Ormai c’erano tutti, rimaneva l’ultimo posto.
Il caporale guardò nella direzione mia e di Gwen, indeciso su chi dei due prendere. Tutti si azzittirono, e la tensione la potevi quasi toccare.
Sembrava di essere davanti ad una gazzella tra i leoni della savana. Gwen l’avevano preso anche il giorno prima, lui lavorava abbastanza bene.
Mi guardo negli occhi: non mangiavo da due giorni. Scrutò il caporale, per poi riguardare me.
L’uomo si lisciò i baffi e mi fece cenno di salire. Gwen mi sorrise, tornando verso casa assieme a tutti gli altri. Dopo quel giorno massacrante non l’ho più visto, c’era stata una retata e l’avevano spedito in un centro d’espulsione. Forse è morto, forse è arrivato in Somalia.
L’Italia mi aveva fatto male quanto l’Africa, se non peggio: non mi sentivo più un essere umano, ma carne pagata a cottimo. Gwen mi aveva donato quello che di più prezioso esiste nella vita: la dignità.
Andai di nuovo all’alba, alla rotonda. Assieme a me, c’erano tanti altri pronti a sbranare per essere sfruttati come bestie. Cosa te ne fai della dignità se muori di fame?

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