RACCONTO

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#wehaveadream #dignità é quella luce che riflette umanità anche nello sguardo più misero. Nessuno deve essere costretto a pensarla un lusso

ELENA GOTTARDO@ElenaElegot

 Ogni giorno in Africa un leone si sveglia

Non so come mai, questa mattina mi sono svegliata con un vecchio proverbio africano, che parla di leoni e di gazzelle, nelle orecchie.
Mi sembra ancora di sentire mio padre raccontarlo a noi bambini spiegandoci che ognuno deve essere fiero della sua natura e deve sempre impegnarsi al massimo per riuscire a sopravvivere. Sognavo una vita avventurosa… E così è stato: ho superato il terrore e la disperazione di un viaggio disumano, ho visto in faccia la morte e l’ho guardata negli occhi sfidandola, ho stretto i denti e sono sopravvissuta…ma ora mi chiedo perché.
Mi guardo intorno, in questo dormitorio abusivo dove ho trovato rifugio e osservo distrattamente le altre figure tristi e disperate che lo popolano, ognuna carica delle proprie sconfitte. Non so nulla di loro e non me ne importa, non mi importa più di nulla ormai. Mi alzo ogni mattina e mi trascino fuori di qui alla ricerca di qualcosa solo per un riflesso condizionato. Un tempo era diverso, io ero diversa. Non mi sono arresa subito, ho lottato, con tutte le mie forze, come mi avevano insegnato. Ho perso subito me stessa bambina, ma non ho ceduto alle violenze fisiche, sono riuscita a liberarmi dalla schiavitù della strada, sono scappata con la mia pancia gonfia e non ho rinunciato a sperare di poter crescere mio figlio, nonostante tutto. Ho affrontato giorno dopo giorno la miseria, la fame, il freddo, il dolore… ho coltivato una sempre più debole speranza. Non so di preciso in quale momento, senza rendermene conto, ho smesso di combattere… Ora non mi riconosco più. La fame scatena l’istinto di sopravvivenza, il pianto di Manuel mi provoca fastidio.
Mi catapulto con lui nel freddo inverno della città e cammino come un automa verso la stazione centrale che mi offre maggiori prospettive di racimolare qualcosa e un minimo di garanzia di incolumità. Sono particolarmente abile nell’adattarmi alle situazioni, nel mimetizzarmi in caso di pericolo e nell’individuare le mie prede. Di questo stiamo parlando, di prede, ignare. Le fiuto da lontano, le scorgo in mezzo alla calca mentre camminano, indaffarate, verso l’uscita.
Ecco, intravedo una candidata, la seguo con lo sguardo per un po’ mentre avanza di qualche metro nei varchi che si aprono tra i viaggiatori in attesa, la osservo mentre getta un’occhiata distratta alle vetrine dei chioschi. Si sofferma qualche secondo in più di fronte ai giocattoli: non mi sono sbagliata, penso con indifferenza, è una mamma o almeno una zia, costituzionalmente predisposta alla compassione per il bambino.
Stringo forte il braccio di Manuel tanto da farlo lacrimare e indosso la mia maschera, pronta ad affrontarla.
“Signora, signora, signora… prego, prego, prego… un momento ascoltami per favore…spero per te una buona giornata…”
“Buongiorno, mi scusi ma ho molta fretta e devo…”
“Prego signora, solo un momento… davvero non voglio disturbare ma sono disperata e non so come fare, non per me signora, ma per il bambino…”
“Capisco ma veramente non mi è possibile fermarmi, ho un appuntamento…”
“Parlo mentre tu continui la strada signora… il mio bambino è molto malato e ha fame ma non può mangiare come gli altri…vedi signora ho le carte del dottore, ti mostro, deve mangiare solo il latte in polvere della farmacia, ma costa molto e non abbiamo i soldi per comprarlo… Guarda siamo andati in farmacia per comprare il latte con i soldi che ci ha dato una signora tanto gentile ma non bastavano e lo abbiamo prenotato…dobbiamo andare stamattina ma servono gli altri soldi per pagare”
Rovistando confusamente nelle tasche della mia giacca tiro fuori dei fogli ormai consunti e lo scontrino stropicciato di una farmacia. So che devo fornirle delle prove concrete per tranquillizzarla e mettere in moto la sua generosità, frenata dalla diffidenza.
“Accompagnami signora in farmacia, tu sei diversa dalle altre persone signora, io capisco… gli altri non mi ascoltano, tu hai bambini signora? tu puoi pagare il latte per il mio bambino…”
“Ma quale farmacia, è vicina? Io mi rendo conto dei suoi problemi ma ho anch’io i miei impegni, devo andare al lavoro e sono già in ritardo…”
Le sue difese mentali si sono incrinate, il suo desiderio di sentirsi migliore sta emergendo. So che devo far leva su quello e sulla compassione. La spingo.
“Vieni signora, lo senti, il bambino piange, ha fame…andiamo alla farmacia ti prego…”
Ora è lei che mi segue, che cerca di non perdermi tra la folla mentre osserva inorridita le condizioni di Manuel.
“Mi scusi ma manca ancora molto a questa farmacia? Avevo inteso che fosse più vicina… si sta facendo veramente troppo tardi per me… mi dica quanti soldi le servono. Ma… cosa sta facendo?”
Il coltello non da nell’occhio e non fa rumore. In questo sono diventata un’esperta, un solo gesto, con precisione chirurgica, e la donna si accascia a terra, come un pupazzo gonfiabile cui venga tolto il tappo dal fondo. La sua borsa rotola poco lontano. Raccolgo solo i contanti: è andata bene, quasi cento euro per una ventina di minuti. Con la coda dell’occhio vedo in lontananza il branco di iene che mi osserva. Abbiamo un tacito patto, sanno che lascerò a loro il resto e me ne andrò silenziosa trascinando la mia esca.
Anche oggi ho corso la mia gara e per ora ho vinto, ma non so più cosa significhi sentirmi fiera, ho abbandonato la mia dignità e non me ne importa.

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