RACCONTO

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Dignità è alzarsi dopo essere stati calpestati e andarsene senza voltarsi, non vale la pena di sporcarsi le scarpe... #wehaveadream #dignità

LUISA MULTINU@LuisaMultinu

 Le scarpe nuove

Marta uscì dal ristorante senza voltarsi, la porta si chiuse dietro di lei. Fece due passi in avanti, poi si fermò un attimo e si voltò per guardare l’ultima volta quell’insegna rossa, i suoi colleghi dietro alle vetrate con i visi rassegnati e il Gordo, con le sue dita grassocce che toccava lo schermo del pc e agitava le braccia dando ordini a tutti. Sorrise, ma gli occhi erano ancora umidi, non aveva pianto stavolta, le lacrime se le era ingoiate una a una mentre il Gordo le diceva per l’ennesima volta che era un’incapace, che non capiva niente, che era “out”.
Si voltò di scatto e cominciò a camminare lungo Long Acre senza rendersi conto che erano solo le due mezza di un normale sabato londinese, le coppie che si tenevano per mano scorrendo come un fiume delirante di shopping prenatalizio, una processione silenziosa di gente che non sapeva niente del Gordo, di quante volte lei in quel mese aveva pianto in silenzio nel Frigo grande vicino alle cassette di verdura, del sorriso di Martin mentre lavava teglie incrostate e le apriva la porta per farla passare con i piatti, dello sguardo ebete dei clienti in cappotto di tweed che le chiedevano di versarle il vino.
Camminava veloce Marta, senza una meta precisa, aprì la lampo della borsa per prendere le sigarette, finite. Pensava ad un caffelatte, ma lo stomaco le si rivoltava alla vista dell’insegna sello Starbucks. Girò a sinistra verso il market ed entrò nell’ammasso di corpi parlanti, fotografanti, urlanti.
Covent Garden era il solito caos, lei era solo un’ombra con lo sguardo perso nella folla, trascinava i suoi Dr Martens a fatica, tanto erano pesanti, la sensazione di avere addosso gli scarponi da scii.
Marta, cinque pound in tasca e una borsa di plastica con dentro le sue camicie bianche da lavare, il viso sfatto e gli occhi cerchiati di nero e quello sguardo. Lo sguardo di chi ha dovuto abbassare gli occhi, anche chiuderli per non mostrare lo sdegno, la rabbia, perché quando tutti ti dicono che non vali niente finisci per crederci un po’ anche tu.
Era arrivata a Londra con un bagaglio a mano semivuoto, ma gli occhi gonfi di speranza, il secondo giorno che girava per il centro con i cv in tasca aveva già trovato lavoro in un ristorante in pieno centro.
Alzò gli occhi da terra, stava scendendo verso il Tamigi, stava attraversando lo Strand, le macchine e i bus che sfrecciavano, accellerò il passo per attraversare e poi prese la discesa verso il ponte di Embarkment.
La sola cosa che voleva era camminare e vedere l’acqua scorrere.
Prese dalla borsa i guanti e se li infilò, le dita scoperte ancora erano rosse e piene di piccoli tagli, uno se l’era fatto quella mattina stessa, mentre tagliava i lime per preparare il bar con addosso gli sguardi del Gordo, che le avrebbe sicuramente detto qualcosa di lì a poco. Quella mattina era nervosa, aveva fatto chiusura e apertura tutta la settimana, doppi turni, non mangiava, non dormiva.
Quando chiudeva il bar all’una camminava verso Piccadilly per prendere il nightbus, il centro era sempre un’orgia di ubriachi e folli, una festa a cui lei non aveva voglia di partecipare, aspettava il bus fumando mille sigarette per tenersi occupata, arrivava a casa nel cuore della notte, sfatta, nemmeno la voglia di svestirsi, dormiva qualche ora e poi via di nuovo.
Il vento le schiaffava la faccia ora, era sul ponte. Si fermò e distese lo sguardo sul Tamigi, la Cattedrale in lontananza, lo Sharp…tutto sembrava distante, irraggiungibile. Si sentiva risucchiata dal vortice di quella stramaledetta città, che tanto amava.
Marta continuava a pensare e ripensare a quella scena, il Gordo che arriva dietro al bancone come una furia, le grida di andare a prendere l’aceto di sopra – sbrigati - dice furioso, le pupille si dilatano in una macchia d’inchiostro, lei che corre per le scale e non trova lo stramaledetto aceto.
- Era qui, come hai fatto a non vederlo. Basta sei out, vattene a casa. Non lo sai fare questo lavoro, credo che tu non sappia fare niente – dice con un sorrisino da ebete.
Marta lo fissa dritto in quegli occhi da cane rabbioso, il viso stravolto e le gocce di sudore che brillano sul suo labbro superiore, stringe i pugni e lascia morire il ringhiare che le sale dallo stomaco, lo lascia lì e tiene la bocca chiusa. Dice semplicemente ok, si volta e se ne va lasciando il Gordo e quel mondo di paura e rassegnazione, dove tutti avevano lo stesso sguardo stampato negli occhi, quello di un topo da laboratorio, di chi è disposto a tutto pur di avere il suo assegno in busta ogni sabato, disposto a farsi calpestare con le scarpe sporche di merda, disposto a mordersi il labbro tanto da farlo sanguinare piuttosto che rispondere, perché se rispondi sei out, sei come Marta.
Con la testa bassa e le mani infilate nelle tasche del piumino rosso cammina Marta, il passo spedito. Ha i piedi infuocati ora, belli caldi e comodi dentro alle sue Dr Martens, il cuoio è talmente duro da premere sulle caviglie e lasciarle dei piccoli lividi neri. Li aveva comprati per sentirsi i piedi al sicuro, per non lasciarseli pestare, ma erano dannatamente pesanti da trascinare in giro per Londra, specie per dei piedini come i suoi. C’era una panchina di legno consumato poco più avanti, Marta vi si appoggiò silenziosamente lasciandosi cadere piano. Guardò di nuovo le sue scarpe e sorrise, poi alzò lo sguardo, davanti a lei il Tamigi scorreva indifferente.
Camminando lungo il Tamigi però, ritrova la sua dignità.

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