RACCONTO

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#dignita #wehaveadream lasciare andare le cose, le persone, le emozioni che non ci vogliono appartenere.

NICOLETTA FASANO@NaikeF1

 E tanto basta

La vita che ho avuto non è stata il frutto delle mie decisioni. Si fa presto a dire: la vita è questione di scelte. Col cazzo. Da quando sono nata non ho fatto altro che lottare per sopravvivere, contro tutto ciò che mi mortificava, contro tutto quello che non volevo mi appartenesse e per tutto quello che di meraviglioso desideravo mi accadesse.
Volevo una possibilità.
Ora, sento di volerne mille.
Voglio sorridere, voglio che nessuno si senta in dovere di picchiarmi, come è sempre stato da quando ne ho memoria, per rammentarmi il significato personale e marcio del termine “inferiore”, voglio che nessuno si senta più in dovere di tarparmi ali non ancora spuntate.
Voglio poter spiccare il volo e rendermi conto che vivere è sentire di avere peso, di contare qualcosa, per me stessa e per chi possa amarmi senza annullarmi. Perché amore non è prevaricazione ma rispetto e condivisione, non sopruso, non dipendenza, non annientamento.
Voglio vivere respirando i miei sogni e qualche volta realizzarli, senza doverli innaffiare col terrore implacabile di chi mi considera terra di conquista, materia inerte, ostacolo da annientare, mezzo di puro piacere, carne senz’anima.
Voglio una vita che non sia solo dolore inflitto da qualcun altro. Voglio sentire, nell’anima, il senso dell’appartenenza. Sentire di avere radici, quella forza silenziosa e radicata che rende ciascuno degno e capace di guardare avanti e di avere la forza di sperare solo in meglio.
Questa è la dignità.
La possibilità di scegliere dove andare, come fa il vento.
E di decidere di lasciare andare tutto ciò che non vuole, non deve o non può appartenerci. Appartenere e sentirsi legati a qualcosa, un luogo, un' idea, alla persona che si ama, alla propria famiglia, è un diritto.
Significa avere un inizio ed un pozzo inesauribile cui attingere amore e forza per vivere una vita della quale, ancora adesso, e dopo tutto ciò che mi è accaduto, stento a comprenderne le istruzioni per l’uso.
Io ho deciso di lasciare andare tutto il male che, per troppo tempo, è stato il mio pane quotidiano. Ho scelto di rinascere dalle mie ceneri, come la fenice. Ciò che ero, nelle mani del mio carnefice, l’ho lasciato nel silenzio ovattato e lontano di due stanze buie. I mille pezzettini della mia esistenza inscatolata in venti metri quadri, li ho infilati nelle fughe delle piastrelle, insieme ai pensieri angosciosi di morte che fabbricavo nella mente. Ho deciso di rinascere, in una mattina come tante, mentre cercavo di immaginare di che colore fosse il cielo oltre le finestre schermate alle quali mi era stato proibito anche soltanto avvicinarmi.
Ho abbandonato la gabbia nella quale ero rinchiusa da tempo immemorabile, fuggendo via in un momento in cui il mio padrone-carnefice era fuori. Sono fuggita pensandomi un’altra.
La vera me stessa l’ho lasciata laggiù, nel bozzolo di volontà piegate negli anni e nell’arrendevolezza del terrore.
Sono fuggita dalla porta di servizio lasciata incautamente chiusa da una catena sottile.
I primi passi in giardino sono stati incerti, temevo di cadere e di non farcela.
Gli occhi hanno dovuto abituarsi per qualche minuto alla luce che mi ha ghermita all’improvviso, inondandomi senza riparo e senza difese. Non ne avevo più idea. Si può dimenticare la luce di un giorno di sole?
Le mie gambe esili, anchilosate da anni di forzata clausura, mi hanno obbedita, portandomi lontana. Il vento lo avevo addosso, me lo sentivo sul viso, tra i capelli ed il cielo sulla mia testa …. mio Dio, il cielo era di un azzurro che mai avrei pensato potesse ancora esistere. Possibile? dimenticare la luce del giorno? Può mai la memoria di qualcosa di così semplice, spegnersi per l’abominio di certi animi umani?
Non so davvero quanto io possa aver camminato e poi quasi corso, zoppicando, e per quanto tempo. Il tempo per me, fino a quel giorno, non aveva avuto più spessore. Non passava mai. Era la bolla nella quale vivevo sospesa, era il battito incessante del mio cuore. Il tempo me lo sono ripresa, un passo per volta. Quando ho deciso di liberarmi.
Sono riuscita a chiedere aiuto ad una donna gentile che profumava di lavanda e di soffritto di verdure. E ,da lì in avanti , è soltanto un alternarsi di ricordi, lacrime, rabbia e volti nuovi, solitudine e rinascita, affetti e nuovi passi cauti nel mondo. Poco per volta. Un piede dietro l’altro.
Il mio passato non mi appartiene più. Perché non l’ho scelto io. Io ho deciso che non doveva più appartenermi. Nulla è perduto. Ho deciso di rinascere di nuovo e tanto basta.

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