RACCONTO

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#wehaveadream #fratellanza Guardo ogni uomo, cercando ciò che lo rende terribilmente simile a me.

GABRIELE MONTANARO@robadartista

 [fra-tel-làn-za] s.f.

Era in quell’abbraccio che aveva scoperto il suono della fratellanza, quel suono regolare, sordo e ripetitivo da quaranta milioni l’anno. Milioni di battiti, intendo.

Il concetto in sé lo lasciava abbastanza indifferente, una di quelle parole troppo lunghe e poco utili, legate nella memoria ai calci tirati al pallone dopo il catechismo. Poi per lavoro aveva cominciato a viaggiare. Una vocazione diceva la madre, che l’aveva battezzato Paradiso per aver letto Kerouak in una riduzione da patinato del 1976. Sulla strada c’era rimasto davvero, e più volte, ma era servito: aveva imparato i trucchi del mestiere e ora che gli toccava metterli in pratica era l’agente più economico di tutta l’area. E per questo ce la faceva ancora.

Da subito aveva potuto costruirsi la sua personale idea di umanità. Gli aerei erano banditi dalla strategia aziendale e non era un gran male, vista la sua ritrosia a guardare dall’alto: “troppo confuso – diceva – non si capisce più cosa è grande e cosa no”. Ad impressionarlo non era tanto il campionario scadente che aveva fino ad allora incontrato, ma piuttosto quello immaginario che era capace di figurarsi nei viaggi di notte, in treno. Le luci che sfilavano dai finestrini, nei rari momenti in cui si procedeva tra precedenze e coincidenze mancate, lo avevano convinto che il punto di vista soggettivo con cui siamo stati educati a guardare il mondo fosse completamente storto. “Un giorno prenderò ferie, e mi farò lasciare da una di queste carrette in una stazione a caso: voglio sapere cosa fa tutta questa gente con la luce accesa quando io passo con il treno”.

Ferie non ne aveva mai prese, ma forse per stanchezza aveva cominciato con quello che prima era parso un vezzo, poi un’abitudine, infine una mania: “Guardo ogni uomo, cercando il dettaglio che lo rende del tutto simile a me”. Terribilmente simile, diceva. E ci riusciva, ormai senza nessuno sforzo.
Ogni uomo un dettaglio, prima ancora del nome: l’orlo doppio dei pantaloni, l’orologio alla destra, la maglietta bianca che spunta sotto la camicia. “Piacere, Paradiso”. Il nodo alla cravatta un po’ troppo grande, la testa leggermente inclinata quando non si sa cosa dire. Senza parlare degli occhi, perché quelli li evitava, per prudenza. Lì ci sarebbero state troppe somiglianze: pericoloso, molto pericoloso.

Una sola volta aveva guardato negli occhi, ed era stata sufficiente a fregarlo. Viveva insieme con quegli occhi da quasi tre anni e si era convinto, dopo una serie infinita di alti e bassi, che fosse la parte di umanità che preferiva. Non l’unica possibile, ma la più adatta a lui. Così la sera, su un piccolo divano rosso, abbracciava quello sguardo con tutto ciò che aveva intorno, ripercorreva i dettagli trovati nella giornata e riusciva finalmente a dare loro un suono ed una voce, il suono della fratellanza, un suono da circa ottanta battiti al minuto.

E per sicurezza, spegneva la luce.

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