RACCONTO

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Quel sogno che non riesci a soffocare,quel pensiero che ti trattiene, quel sorriso che ancora ti fa battere il cuore #wehaveadream #speranza

ELENA CASTELLAN@Ni_nella

 Sante cerca i suoi occhi. Tu i tuoi.

Aveva trascorso un’altra di quelle notti fitte di nero e di lacrime come torrenti e poi era arrivato un sonno sfinito e totale. “Domani me ne vado, vado via lontano.” Oggi, con la mente più lucida pensava:
“Avrei dovuto partire ieri sera per il lontano. Oggi non ho più il coraggio, sono un codardo, un senza midollo”. Ma davvero chi spera è senza midollo?
O bisognava essere invece forti più della vita per saper sperare?
Sante aveva impiegato molto tempo a costruirsi una spessa corazza intorno all’anima, per proteggersi dal dolore aveva finito per difendersi anche dalle emozioni, quelle che fanno vibrare l’anima. Aveva costruito la sua armatura con scrupolo, cercando di non lasciare spiragli che facessero entrare aria o luce. Non provava più nessuno slancio, nemmeno per quella spietata bellezza della natura che per molti anni l’aveva incantato gettandolo a volte in pensieri complicati e nascosti sul suo essere e sulla sua sessualità. La quasi totale assenza di emozioni riempiva i suoi giorni, i motivi per continuare a vivere cadevano come birilli storti. Non c’era luce né buio, solo una continua coltre di nebbia.
Eppure c’era qualcosa che brillava di luce propria, senza alimentarlo, irritante e sfrontato, ogni tanto gli faceva saltare i nervi: avrebbe voluto ucciderlo, annientarlo, basta! Illusione che genera illusioni: un circolo vizioso snervante e inutile. Iniziava con un lieve dispiacere che di tanto in tanto scorreva dentro di sé se pensava che tutto, il sole, la gente, i Tg alla televisione, gli uomini che vanno sempre da qualche parte, tutto, avrebbe continuato ad esistere pure senza di lui. E continuava con un fioco desiderio del domani, si ritrovava a parlare da solo in auto: “C’è così tanto verde da vedere, così tanta musica ancora da ascoltare, così tanti tramonti nuovi ogni giorno”.
Così tante cose da imparare. E se pensi questo sei già rovinato. La speranza te l’ha fatta un’altra volta. A volte gli pareva che un sorriso giunto e a lungo cercato o un abbraccio che lo aveva scaldato quando la sua anima stava morendo, non si potevano uccidere. Non riusciva a buttarli nella spazzatura, non riusciva a rimuoverli, anzi, li riviveva mentre era desto e li imprimeva nella memoria durante il sonno. E poi. Poi c’erano così tanti occhi da scoprire. È vero, lui aveva paura della gente, evitava gli sguardi, camminava a testa bassa, parlava solo se doveva e gli costava pure una gran fatica e un carico d’ansia che si portava a casa e nei sogni. Eppure, mentre camminava sempre da solo, mentre mangiava, correva, si addormentava, viveva, tutto da solo, non riusciva a non pensare che magari domani o tra un mese o un anno avrebbe potuto tra tutti quegli occhi trovare i suoi. Perché ancora credeva che nel mondo ci fossero degli occhi pensati, nati, creati per gettarsi nei suoi. Solo nei suoi. Non sapeva come li avrebbe incontrati, se sott’acqua, se in una chiesa, se in bici alla fine della strada, ma sapeva che li avrebbe riconosciuti.
E se per caso ti capita di gettare lo sguardo dentro un treno che va lento, certo troverai due occhi grandi e verdi che guardano fuori dal finestrino: scruta bene sotto quegli occhi, scorgerai un sorriso. Il sorriso di Sante, il sorriso tuo e di ognuno di noi. Che lottiamo, arranchiamo, cadiamo. Ma ancora speriamo: nel sorriso di chi ammiriamo, nel sole di domani, nelle mani di un fratello, nell’abbraccio di un amico, in un paio d’occhi nati solo per noi.

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