RACCONTO

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Di #speranza si riempie questa infinità di pagine bianche. Possediamo abbastanza parole? @telecomitaliaTw #wehaveadream

FERDINANDO CASORIA@onid79

 Viaggio di speranza

Sarebbe possibile concedere a quel volto schiaffeggiato dal tempo un’infinità di nomi legati ad ogni fantasia amplificata dalla lontananza, ma questo mero esercizio intellettuale finirebbe per tradire l’assurda e leale natura di un dialogo afono ed immutabilmente presente.
La storia di quel volto senza nome e, con esso, di una conversazione orfana di parole, o meglio, la storia dettata dall’eco di quelle dimenticanze che continuano a rimbalzarmi nell’anima, è una storia costruita sulle fondamenta del valore immaginifico di un sorriso gioioso, sull’egoistico ed inconscio compiacimento nascosto dietro ogni orgogliosa bontà, sulla freschezza di una giovane coscienza appena lavata, sull’istantanea di un inchino, di uno sguardo mortificato da un desolato incrocio di periferia, di una mano bagnata dal sudore e dal sangue, di una barba congelata e di una bocca rinsecchita dal ricordo degli occhi d’una madre e della tenera severità d’un padre.
La storia di quel volto senza nome è la storia di un amico costretto senza terra, chiamato, anzi, da ogni terra, a godere della sola immagine riflessa della routine di domeniche festanti in case di campagna o di montagna, con cibo genuino, con sedie d’altri tempi, con galline e con giardino.
È sempre ed ancora lì il volto del mio amico senza nome, costretto senza terra, tralasciata ogni speranza per l’immagine riflessa e distorta del Natale, della Pasqua o di un normale lunedì.
Sempre ed ancora lì. Pochi soldi in cambio di un inchino, fermo, occhi ravvivati dalla luce d’oriente, riscaldato dalla sorda e pulsante volontà delle proprie esplosioni vocali, con in mano ed in saldi, per passanti benestanti, attimi da uomo, presunta consapevolezza del genere umano e possibilità di prender parte a quel gioco di una vita che obbliga, col ricatto della fame, il mio amico dal volto senza nome, costretto senza terra e destinato ad una strada male illuminata dal ricordo delle origini, a viaggiare clandestino, stipato come merce, in attesa di potere, per un anno, forse due o per una vita intera godere di un’immagine riflessa.
Un giorno, poi, l’assenza: frastornante e commosso silenzio rotto in lacrime dall’incoscienza del destino, nuove immagini distorte, ammassi di umanità informe racchiusa negli angusti spazi d’un recinto, drammatica pace in mare aperto.
Nelle dimenticanze che mi rimbalzano nell’anima è oggi la speranza disillusa dell’assenza di confini, della fusione dei linguaggi, di un posto e di una possibilità per ogni volto senza nome. Al mio amico la riconoscenza dovuta a chi ci obbliga ad essere uomini migliori.

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