RACCONTO

tweet
C'è soprattutto #speranza in ogni nostro giorno, in ogni nostro dire, in ogni nostro fare. #wehaveadream

ALESSANDRA BERTINI@AleBer84

 Un ragazzo di nome speranza

Ebbene si, sto per farlo. Tra poche ore mi imbarcherò su uno di quei pescherecci arrugginiti che sembrano buoni solo come rifugio per topi.
Saremo in tanti a partire, lo sappiamo anche noi, forse addirittura meglio di chiunque altro, che da questo viaggio potremo non uscirne vivi, ma del resto lo stesso sarebbe a rimanere. Io sono congolese, e da quando sono nato non ho mai vissuto un giorno di pace. Nel mio paese ci siamo sempre ammazzati, gli uni con gli altri, forse è il destino del mio popolo. Eppure io voglio provare a costruirmi un futuro diverso, mi chiamo Tumaini, che vuol dire speranza, e non dimenticherò mai quello che mi diceva mio nonno: “Tumaini caro, sei nato sotto la stella della speranza, fa che questa sia con te in ogni tuo giorno, in ogni tuo dire, in ogni tuo fare”.

Partiremo nel cuore della notte, per avere il favore dell’oscurità, anche se nessuno, qui a Tripoli, secondo me, ha davvero interesse a controllarci.
Saremo il terzo barcone che parte in tre giorni, mi chiedo se gli altri saranno già arrivati e se saranno tutti salvi. Da quando sono a Tripoli non ho più avuto notizie su niente, e d’altra parte nemmeno voglio averne, a che mi serve sapere che qualcosa è andato storto, proprio ora che anch’io sto per partire? Voglio solo pensare a quello che di bello sarà: tanti altri volti pieni di speranza come me, l’Europa, una nuova terra, nuove piante, nuove case, nuove strade, ma soprattutto niente più fucili che sparano.

Siamo tutti in fila in attesa di salire, immaginavo saremmo stati tanti, ma non così. Io mi trovo più o meno al centro della coda, ma se mi guardo indietro non né vedo la fine. Potremmo tranquillamente essere in trecento, ma guardo la nave e capisco di essere come al solito esagerato. Non ci entreremo mai in così tanti. La fila procede con molta lentezza. Per me manca poco, tre passi e sarò sopra. Gli uomini addetti a farci salire sono piuttosto scortesi, ci strattonano per accelerare le operazioni e ci avvertono minacciosi di fare poco rumore e trovarsi velocemente un posto; ma io resto calmo, sto andando incontro al mio radioso futuro, e non voglio arrivarci adirato.

Tre del mattino in punto, si accendono i motori, un rumore goffo e poco rassicurante, siamo stipati come animali, ma tant’è, e partiamo. Mi sono trovato un posto, per quello che è stato possibile, confortevole. Sono abbracciato alla balaustra di prua, di aria ce n’è a sufficienza, e non mi lamento rispetto a quelli che sono stati forzati sotto coperta. Accanto a me c’è un altro ragazzo, lo immagino poco più grande di me, non conosco la sua età, non gliel’ho chiesta, so che si chiama Bwana, ed è eritreo, ma lui a differenza di me non ha molta voglia di parlare. C’è soprattutto tristezza e rassegnazione sui volti dei miei compagni di viaggio, io invece se penso al mio Congo, alla mia baracca, ai morsi della fame, ai miei familiari morti ammazzati, non ho poi così molta nostalgia. Certo, guardando il cielo mi viene in mente una cosa che potrebbe mancarmi della mia terra: la notte stellata, si dice che nelle città ci sia troppa luce perché si possano vedere le stelle.

Saremo partiti da circa due ore, è ancora buio, sia indietro che davanti non si vede niente, solo nero, quasi tutti dormono, pochissimi parlano e l’unico rumore che mi tiene compagnia è lo sbattere dell’acqua sullo scafo della nave. Comincio anch’io ad avere sonno, poggio la testa sulla balaustra. Ma non ho il tempo, davvero, di addormentarmi, la mia testa sbatte forte contro la ringhiera, la barca oscilla in maniera anomala, e sembra proprio inclinarsi. C’è un gran vociare, eppure io non riesco ancora a capire cosa sia successo, sento solo pulsarmi il cervello. Sono quasi tutti in piedi, e quelli sotto coperta cominciano a premere per venire sul ponte, sento dire che stiamo imbarcando acqua. Un gommone si stacca dal peschereccio, qualcuno gli impreca contro, pare siano i nostri scafisti che se la danno a gambe. Poi la nave si inclina sempre di più, siamo troppi e non è possibile che ci tenga per molto, prima o dopo finiremo tutti in mare, almeno che qualcuno non si accorga prima di noi, ma chi può vederci in questa notte così nera?

Non so se sopravviverò a tanto, sono in acqua da un tempo che mi pare infinito, sono stanco ed ho freddo. Molti li vedo immobili vicino a me, forse sono già morti. Ma l’alba comincia a farsi vedere, ecco i primi bagliori del nuovo giorno, se riuscissi a resistere ancora un po’ sono sicuro che, con la luce, qualcuno si accorgerebbe di noi. Mi viene in mente un’altra frase che mi diceva sempre mio nonno: “fai che il mondo intero si alimenti con la tua speranza”.

Ecco un rumore: sono sicuro, è il motore di un’imbarcazione che si avvicina.

iovivoconnesso a #wehaveadream su telecomitalia.com