RACCONTO

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La speranza è un ponte, con fondamenta nel presente e ali nel futuro #wehaveadream #speranza

ELISABETTA BELOTTI@Labiondaprof

 Dal diario di una professoressa

Nebbia, stamattina c’è molta nebbia. Però, dai, siamo nel mezzo della pianura padana, a novembre, non mi posso aspettare certo il Sole della Sicilia o una brezza gentile, da laghetto alpino.
Come diceva Conte, l’avvocato che canta, “Cos’è la pianura padana, dalle sei in avanti, un bicchiere di latte e anice…”? Sì, questa mattina, inzuppata di nebbia e stanchezza, mi sento davvero in un bicchiere di anice e latte.
Grigio ovunque, suoni attutiti, sguardi bassi e automobili in coda; questa terra tra campagna e città appare in tutto il suo squallore. Campi, capannoni, fabbrichette, serre, svincoli, centri commerciali e rotonde. Dio mio, quante rotonde.
Eppure è la mia terra, e ho imparato fin da piccola a conoscerne suoni, odori, sapori e colori. La pesante afa estiva, la nebbiolina magica di ottobre, il cielo bianco e duro di gennaio, le serate lunghe e profumate del maggio odoroso… Uff, come sono vecchia. Ogni volta che parlo, le mie parole rieccheggiano altre parole: un cantautore, un poeta, un filosofo. Sempre più spesso, ultimamente, mi sento vecchia. Un vecchia professoressa, proprio un bel cliché. Solo una professoressa può sentirsi vecchia a quarant’anni.
Anche questa mattina entro a scuola, saluto le bidelle, scambio banali parole con qualche collega alla macchinetta del caffè mentre mi preparo ad entrare in classe. «Eh, sai, la Savoldelli è un po’ esaurita in questo periodo…»
«La Savoldelli è esaurita da almeno dieci anni, per come la vedo io. E comunque, perché? Che le è successo?»
«Non lo sai? Il marito l’ha lasciata, è andato via di casa. E ma non è tutto…»
Driiiin. La campanella suona e mi salva. Saprò solo domani mattina cosa ha combinato il marito della Savoldelli. Comunque, al suo posto io sarei scappato molto prima, la Savoldelli non la reggo. Io e la mia collega Filippetti l’abbiamo soprannominata Profondo Rosso, per l’aura di tragedia, di tregenda e di melodramma che porta con sé. Oltretutto si veste sempre di nero, pare Irene Papas nei panni di Medea. Minimo il marito è scappato con una ballerina di zumba.

Prima ora, sono in III C: Grammatica.
Mentre spiego per l’ennesima volta in vita mia il complemento di causa, il mio sguardo passa da un viso all’altro dei mie alunni. Sono ventidue, e tra questi conto due rumeni, un’indiana, un pakistano, un senegalese, una marocchina e un cinese. Sette alunni su ventidue: chi parlava di tetto massimo di alunni stranieri? La Gelmini, tra un tunnel e l’altro sul Gran Sasso, mi par di ricordare. Certo, poi le anime belle che parlano di alunni stranieri come “un’opportunità e non un problema”, dovrebbero venire in classe certe mattine… Come il mese scorso, quando un incauto supplente ha proposto loro la visione del film di Olmi L’albero degli zoccoli. Capolavoro, per carità, ma per i sette alunni stranieri abbastanza avulso dalla loro realtà. Alla fine del film, i commenti:

Bello. e poi?
Bello sì ma lento. Certo, siete abituati ai film d’azione americani…
Bello ma un po’ triste. In effetti…
Non mi è piaciuto perché erano tutti poveri. Sì, e non griffati, né belli come veline e calciatori
Mi è piaciuta la scena quando hanno ucciso il maiale. Gusti cruenti, eh Cosa c’entrava Maradona? Maradona? Spiegati, dimmi, caro (all’alunno senegalese)
Continuava a dire Maradona me! Risata generale… L’insegnante spiega, con le lacrime agli occhi “Madona me, con la o stretta è un’espressione bergamasca”.
E tanti saluti a Olmi.

Però la realtà è questa, e con questi alunni devo lavorare. Al meglio che posso, con quello che ho. Ah, il caro Machiavelli, sono da sempre una sua fan, lui e la sua realtà effettuale. Tradotto e calato nella situazione della scuola italiana: soldi pochi, colleghi in gamba ancor meno, classi sempre più numerose, alunni svogliati, sprazzi di tecnologia spacciata per la panacea di tutti i mali. Vorrei chiedere al ministro Carrozza: «Lei pensa davvero che una collega apatica e incapace come Profondo Rosso si trasformerà nel professor Keating dell’Attimo fuggente solo perché potrà utilizzare una LIM o un computer in classe?»

Però io non mollo: ogni giorno entro in classe, come un domatore nella gabbia dei leoni e lavoro. Spiego, rispiego, controllo compiti, semplifico concetti, lancio spunti, pongo domande, striglio i disattenti, incoraggio i timidi, ridimensiono i saputelli, accolgo proposte. E li guardo.
I miei alunni, tutti, sono belli. Belli perché stanno sbocciando; non più bambini, non ancora adulti. Prendono le misure di sé; iniziano a capire cosa vogliono diventare. A volte procedono per negazione, hanno più chiaro cosa non vogliono essere ma va bene, è un punto di partenza.
Seconda ora: ora buca.
Controllo la posta elettronica: una mail da una mia ex alunna. J. mi scrive, felice, che sta preparando la tesi, non è che potrei leggerla, così, lei si fida della sua vecchia profe…
L’alunna J. Marocchina; i suoi genitori non volevano che frequentasse il Liceo. La ragazza, con il mio aiuto, ce l’ha fatta. E poi, l’Università, lavorando, perché i soldi non bastano mai, e ci sono tre fratelli minori a cui pensare.
La mail di J si chiude con tanti abbracci e queste frase «Sa, profe, è proprio come diceva lei, non bisogna scoraggiarsi al primo ostacolo. La speranza è un ponte, con fondamenta nel presente e ali nel futuro.»

Solo una professoressa a quarant’anni può sentirsi giovane, giovane come tutti i suoi ex alunni che hanno spiccato il volo.

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