RACCONTO

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Il contropiede. Nulla, nel gioco del pallone, ha in se' piu' fascino e piu' speranza. #wehaveadream #speranza

DOMENICO PALOMBO@palodome

 Di corsa e con ardore

Mancavano poco più di cinque minuti al fischio finale e La Grande cingeva d'assedio l'area della Rivolese. Quarto calcio d'angolo consecutivo. L'Undici stava per entrare in area e schierarsi a fianco dei suoi compagni ma Varziak, il vecchio asso cecoslovacco, lo aveva costretto a fermarsi. Il tuo posto è lì, gli aveva intimato con il braccio teso e il palmo della mano aperta verso di lui. L'Undici si era fermato e si era guardato intorno per vedere come fossero posizionati gli avversari. Si era girato a guardare verso la propria porta e fu proprio in quell'istante che la palla gli era schizzata addosso.
Chissà chi era stato a passargliela, pensò, mentre la fermava contro la coscia e istintivamente con l'altra la allungava verso il campo avversario. Diede un ultimo sguardo ai suoi compagni, come uno staffettista che ringrazia per l'ultimo passaggio di testimone e iniziò a correre. Nessuno può farlo meglio di me, pensò, e mentre lo diceva si accorse che solo un difensore avversario era rimasto a guardia della propria area.

Fu in quell'istante che anche il Nove iniziò a correre. Non aveva la velocità del compagno, ma, diamine, non aveva neanche la palla come intralcio.
Tutti gli altri, chi difendeva e chi stava attaccando, rimasero a guardare fermi nelle loro posizioni, esausti spettatori di un duello d'altri tempi. Due contro due, quello era un gioco solo loro.

La gente della Rivolese che guardava la partita capì in un attimo cosa stava succedendo. Erano già in vantaggio, anzi avevano addirittura ribaltato il punteggio. Ma un solo punto è un margine troppo esiguo. Nessuno riusciva a provare una gioia piena, e il rischio che La Grande potesse fare ancora male era troppo reale. Capirono che si stava aprendo un'opportunità unica.
L'Undici si era accorto presto che non doveva solo badare al difensore che presto gli si sarebbe parato davanti, ma che ne aveva anche uno alle calcagna, che lo rincorreva a meno di un metro. E in ultimo c'era Zancan, il famoso portiere della squadra della Nazione.
Iniziò a scattare in continuazione quasi come spinto da folate improvvise di tramontana, e ad ogni scatto inarcava la schiena come per impedire al suo inseguitore anche solo il tentativo di una trattenuta. Poteva benissimo provarci, pensava, e avrebbe avuto un'ammonizione. Sarebbe stato il massimo risultato in quella situazione, per La Grande.
Il difensore che lo fronteggiava, per non rischiare di essere saltato come un birillo, aveva iniziato a correre indietro a sua volta e non toglieva gli occhi dalla palla.

Quando il Nove superò la linea mediana, l'Undici era già arrivato nei pressi dell'area avversa. Si immaginò come il compagno avesse potuto passargli la palla e nel frattempo, anche se impercettibilmente, guadagnava terreno.
Decise di urlargli che non era solo.

Ad ogni metro di corsa, decine di nuovi spettatori balzavano in piedi.
Tensione muscolare e spasmi di speranza erano pronti ad esplodere in abbracci fraterni o, com'era anche possibile, in irriconoscenti improperi.
Fu allora che le gambe dell'Undici si ricordarono all'improvviso che avevano scartato, saltato e corso per un'ora e mezza e si piantarono. Il respiro gli si mozzò. Un muro arancione, eretto come una fortezza nel covo del tifo di casa, lo avvolgeva ora anche ai lati quando si accorse che qualcuno stava chiamando la palla. Il Nove!, pensò, ha ancora fiato e sete di gol, quello lì...
Non lo vide, l'Undici, ma sapeva che stava arrivando, e da quale parte.
Aspettò un poco, per dargli la palla che voleva, nel momento che voleva.
A poche spanne dall'area avversaria, mentre sentiva i due avversari incitarsi tra loro, toccò la palla col piede esterno verso il centro del campo. Ma si accorse subito di averla colpita troppo piano. Il difensore cercò disperatamente di intercettarla, buttò indietro la gamba per fermarla col tacco, ma la palla girava ad una frequenza diversa rispetto alla sua corsa.
Passò ad un piede dai suoi tacchetti e proseguì la linea, come su un tavolo da biliardo.
Speriamo mi veda, pensava nel frattempo il Nove, mentre gli si parava dinanzi la porta e il suo celebrato guardiano. Poi un pensiero diverso, più categorico: dammela sul sinistro.
La palla arrivò come se l'era sognata, rotolando senza effetto sull'erba falciata di fresco. Ricalcò per un secondo la linea curva dell'area e così si consegnò. Al Nove tornarono alla mente i giorni del ritiro, sulle Dolomiti.
Ogni tanto i compagni lo invitavano a giocare a tennis, nelle pause, ma lui non era bravo. Poca potenza nelle braccia, troppo basso e minuto per dare forza nelle battute. Una cosa però di quello sport gli piaceva. L'idea di un tiro imprendibile, diretto all'incrocio delle linee e che ti accorgi finirà così nel momento stesso in cui la racchetta colpisce la pallina. Un vincente, lo chiamano i tennisti.
Anche nel calcio esiste un tiro simile, pensò, e nemmeno il più forte dei portieri può prenderlo.
Torse il tronco per allinearlo alla linea della palla che filava verso di sè, piantò il destro sul terreno e attese l'attimo, piegandosi lievemente all'indietro sul piede d'appoggio. Quando la palla arrivò, lui la colpì di collo interno sinistro.
Fu Zancan per primo, vedendolo prepararsi al tiro, a capire che non ci sarebbe stato nulla da fare. Poi fu l'Undici. E poi fu la gente. Certe storie, certe azioni devono finire così, e non c'entrano la tecnica o il professionismo. Sono il materializzarsi di sogni collettivi, idee utopiche che ogni tanto sfuggono al desiderio e alla speranza di ciascuno per diventare condivisione di molti. Parabola a rientrare, il pallone terminò la sua corsa a mezz'altezza, gonfiando la rete come quella di un pescatore.
Ma questo fu quello che videro tutti, pubblico e giocatori. Fu quello che scrissero i giornalisti. Fu quello, che il giorno dopo, le televisioni definirono il contropiede perfetto.
Ventuno persone in campo guardarono quella traiettoria e videro il traguardo.
Guardò il portiere, che rifiutò l'umiliazione di un tuffo di sconfitta, e non si mosse.
Guardò Varziak e poi scoppiò a ridere.
Guardò l'Undici e poi si lasciò cadere a terra.
Lui, il Nove, non ebbe neanche bisogno di guardare.

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