RACCONTO

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#libertà è sentire di essere dove vorresti essere. Ora. Completo e finito in quest'istante. Slegato del passato e dal futuro. #wehaveadream

GEORGIA FERRARO@georgiaferraro

 Muri di carne

Mi sono sentito libero solo quando ho smesso di avere paura. Non sono mai stato molto socievole, ho sempre avuto paura degli altri. Negli estranei ho sempre visto potenziali nemici e nei conoscenti approfittatori ben vestiti. Da bambino ero l’unico a giocare con i lego mentre gli altri organizzavano squadre e tornei. Non ero nato per intrattenere rapporti con la gente, andavo più d’accordo con le costruzioni. Almeno mi ascoltavano. Ho sempre interpretato il loro silenzio come una forma d’educazione, di rispetto. In realtà erano la mia prigione. A dodici anni capì che quelle piccole mura non mi avrebbero mai risposto, così decisi che ne avrei costruite delle altre, più grandi. Così divenni architetto. Una vita di fogli, di squadre, di cantieri, di mura. Tante mura. Tante domande, nessuna risposta. Forse erano i materiali a essere sbagliati, troppo duri. Mi specializzai allora nell’uso di materiali cosiddetti molli: spugne porose, pietra calcarea, tufo, cotto. Dopo l’ennesima costruzione a rischio frana e i soliti rumorosi silenzi pensai che forse avrei dovuto provare con gli umani. Era una luminosa giornata invernale. Non ricordavo un dicembre così caldo a Ostia da almeno dieci anni. Gli alberi erano ancora verdi sebbene i fiori fossero andati in letargo. I ragazzini giocavano a pallone sul lungomare in pantaloncini, le donne avevano ancora una scusa per mostrare l’ombelico e i bar, ancora con i tavolini all’aperto, erano gremiti di gente. Mi sembrò una buona giornata per presentarmi al mondo. Feci una lunga passeggiata sul molo, l’aria era pregna di mare. Guardai i pescatori carichi di pesce tirar su le reti e parlare tra di loro un dialetto che neanche io conoscevo, del resto ero abituato a parlare con i muri. Perlustrai il parco, alla ricerca di qualcuno poco minaccioso, non troppo impegnativo da avvicinare. Dopo un’ora a passeggio, i piedi iniziarono a ribellarsi, così decisi di sedermi su una panchina e osservare la gente passare. Non appena avessi visto il mio muro di carne l’avrei fermato. Passò una ragazza, vestita in modo casual con delle cuffie nelle orecchie, più che camminare, ballava. Era abbastanza allegra, poteva andar bene, ma pensai che la sua età sarebbe stata un problema. I giovani tendono a deridere i tipi come me. Insomma non ero un asso nelle conversazioni e probabilmente i miei movimenti e il mio abbigliamento rivelavano una goffaggine fuori dal comune. In effetti, non era stata una buona idea mettere il maglione a rombi che mi aveva regalato mia madre. Oltre la futilità, insita in quella figura geometrica senza una personalità da quadrato, per giunta verde e marrone, la ridicolaggine era data soprattutto dai venti gradi dell’atmosfera e dai trentacinque del mio pullover. Insomma oltre che goffo ero anche sudato. Glissai sulla ragazza. Feci lo stesso per il giovane rapper col cane. Evitai anche manager e signore rispettabili. La puzza sotto il naso non è di certo un buon inizio. Poi lo vidi. Era seduto su un gradino dall’altro lato del parco, piuttosto lontano per notarlo subito ma abbastanza vicino per attirare la mia attenzione. Prima di sceglierlo, però, volevo assicurarmi che fosse quello giusto. Mi spostai da una panchina all’altra finché non fui accanto a lui. Aveva dei vestiti sgualciti, forse nemmeno puliti. La cosa mi confortò, era il segnale che non sarei stato giudicato per il mio aspetto. La sua barba lunga e riccia mi comunicò un insolito calore. Odio i vidi rasati, li trovo plastici, quasi finti. Nelle mani stringeva una grossa bottiglia di vodka ormai vuota, probabilmente se mi fossi avvicinato ne avrei sentito l’odore nauseante. Altro segno che mi avrebbe prestato attenzione: gli ubriachi sono più aperti, hanno meno preoccupazioni, forse perché non ricordano nulla o forse perché cercano di dimenticare. Lo osservai per ore, aspettando il momento giusto, aspettando un pretesto. Ad un certo punto si tolse un vecchio cappello dalla testa e lo poggiò a terra, estrasse da una custodia un vecchio violino e iniziò a parlare con i passanti. Dalla mia postazione non potevo sentire cosa diceva ma capì dai suoi gesti che stava chiedendo l’elemosina. E poi lo sentì suonare. Non avevo mai ascoltato niente del genere: una musica straziante, immensa, definitiva. Così tanto più grande di me, dei miei pensieri, che in un colpo fece crollare tutte le mura che avevo costruito attorno a me. Quella musica era il suono di un’anima infinita, ma la gente sembrava non sentirlo neppure. Suonava da solo. Improvvisamente il cielo iniziò a coprirsi di nuvole nere, una goccia di pioggia gli cadde sul viso. Fu allora che alzò lo sguardo e mi vide. Io gli sorrisi e lui mi rispose con un cenno della mano. Non so se aveva catturato la mia solitudine o semplicemente era un uomo gentile. La pioggia iniziava a venir giù sempre più fitta, ma lui continuava a suonare. Non aveva nient’altro a parte la sua musica, ma non aveva paura. I miei ridicoli edifici molli iniziarono a franare, uno a uno. Per la prima volta nella mia vita, ho avuto voglia di conoscere veramente qualcuno. Il giorno seguente ritornai al parco, c’era il sole, ma la musica era finita. Vidi una donna, alta, mora, di bell’aspetto. Non ci pensai su due volte. Le andai incontro e le dissi “Ciao”. Mi sorrise timidamente e mi rispose: “Ciao, bel maglione”.

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