RACCONTO

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#libertà è il concetto più astratto dell'umano che interposto tra due parole vita/morte ci consente di dire #wehaveadream

ANGELA DI SALVO@anysputnik

 L'incantesimo della libertà ci ha reso invisibili

Non impiegò più di venti secondi per prendere le sue cose, sbattere la porta, infilare il lungo corridoio e allontanarsi da lì a passo svelto. Arrivata al portone per abitudine svoltò a sinistra e continuò a camminare con la determinazione di chi sa dove sta andando. In realtà lei sapeva solo che niente l’avrebbe più riportata a quella penombra, a quelle perenni luci elettriche e a quelle interminabili discussioni imbastite su strategie sofisticate e tattiche demenziali che detestava, e alla quale era costretta a partecipare, con l’aggravante del ruolo insignificante e subalterno della segretaria che quando offre la soluzione ad un problema, lo deve fare con un gioco alchemico e lasciare la constatazione della trasmutazione ad altri. Nelle vene sentiva ancora un sovraccarico di adrenalina e di rabbia, quel giorno la sua vita avrebbe fatto ancora un giro a trecentosessanta gradi, tornando al grado zero, che nella vita reale non ha lo stesso valore immutabile dei numeri, e quel grado zero diventava sempre più simile ad un insignificante puntino. La consapevolezza che questo tipo di libertà si paga, le veniva dall’esperienza. Ma poi il ricordo dell’espressione attonita e ottusa del suo capo mentre ascoltava le sue taglienti parole dette con spietato garbo, in punta di piedi, ma inesorabili, le strappò una risata. Non si era preparata niente e il motivo scatenante era stato uno dei soliti insulsi commenti che lui era solito fare ai fatti del giorno mentre sfogliava il giornale. Era stata un’improvvisazione la sua, nata nell' ordinarietà della stanza che condividevano in quel momento come un tornado che apparentemente aveva lasciato tutto al suo posto, solo il fragoroso rumore di una porta che sbatte. Ma non per lei. Senza rendersene conto era arrivata “nel territorio del diavolo” così usava definirlo con le sue amiche quando si davano appuntamento per la pausa pranzo: un minuscolo giardinetto urbano con le panchine, due imponenti platani e tutto il traffico rumoroso come contorno. Sedette sulla prima panchina che le capitò di incrociare ai piedi della quale qualcuno aveva sparso del riso e c’era un grande affollamento di piccioni, reclinò la testa e abbandonò lo sguardo tra le foglie giovani del platano, brillanti come solo a primavera possono essere in città. I piccioni non la smettevano di creare un certo trambusto attorno ai suoi piedi, come sanno fare loro: veloci nel raccogliere il bottino, mai veramente spaventati dalla presenza di un umano ma pronti a cambiare posizione. In quel posto li aveva visti sempre, ma solo quella mattina guardandoli si chiese perché mai si ostinassero a vivere negli spazi residui di una città. Improvvisamente la domanda nella sua mente prese proporzioni bibliche, le vennero in mente i gabbiani e poi i tordi e poi ancora un gruppo di pavoni allevati in una loggetta di un palazzo famoso e che l’abitavano come ne fossero gli unici proprietari. Ricacciò indietro quei pensieri e quella banale quanto vera risposta che le era balenata per un secondo, che finiva per accomunare tutto il vivente alla dura legge della sopravvivenza. Non era la giornata giusta per domande del genere, e distolse lo sguardo dai piccioni. Fu in quel momento che la notò. Seduta su una panchina all’altro estremo del giardino c’era una donna che si alzava e sedeva tutta presa da una conversazione fatta ad alta voce, ma era sola, con una serie di buste di plastica piene che la circondavano e che aveva disposto con un certo ordine davanti a se. Era difficile darle un’età, sprofondata sotto una stratificazione di abiti e di un enorme cappello di lana. Una delle tante donne solitarie, perse in una città che le guarda senza vederle e che non ne comprende i soliloqui deliranti di tante guerre perse, pensò mentre notava il gesto elegante ma ossessivo con cui si sistemava il cappello troppo grande. Le sembrò che quella donna cercasse di trattenere accuratamente in quel cappello qualcosa di importante, forse tutti i fantasmi di una vita. Rimase a guardarla con uno sguardo sempre più cupo poi si alzò con uno scatto improvviso che mise in fuga i piccioni e inaspettatamente disse a voce alta: < I tuoi fantasmi Donna sento che potrebbero essere i miei > Si spaventò di quello che aveva appena fatto, ma l’altra continuava a parlare gesticolando alle sue buste, né dimostrava di averla sentirla, poi lentamente alzò lo sguardo e la fissò con uno sguardo lucido e penetrante. Avrebbe giurato di averla sentita esattamente la frase che accompagnò quello sguardo, le suonò come un ordine, si girò e si diresse nuovamente verso la strada, ma in un’altra direzione.

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