RACCONTO

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Mio nonno disse: Mi hanno offerto l'America e ho scelto Castiglion Fiorentino. Tu avrai la stessa #libertà? #wehaveadream

FEDERICO CAPPELLIN@riskkio

 Mio nonno si fermò a Empoli

L’aria torrida di un soleggiato pomeriggio estivo si fece strada tra le fessure delle persiane, colpendo come uno schiaffo il mio viso, abbandonato a ciondoloni sullo schienale della poltrona. Aprii gli occhi a fatica, come se il caldo avesse fuso le mie ciglia, incollandole l’una all’altra. Mio nonno mi passò accanto proprio in quell’istante, pizzicò i pantaloni appena al di sopra delle ginocchia sollevandoli leggermente, si chinò lentamente e infine si lasciò cadere sul divano, sospirando. Adagio adagio i morbidi cuscini inghiottirono la sua figura. Nonostante quel divano chieda pietà da diversi anni, mio nonno gli è rimasto testardamente fedele. Le continue lamentele di mia madre, sono sempre cadute nel vuoto. Iniziare il “discorso del divano” significava ricevere sempre la stessa risposta: “Sono vecchio pure io. Che volete gettare anche me?”. Averla vinta con mio nonno è sempre stata una missione impossibile. Per quanto siano sensate e fondate le tue motivazioni, la guerra verbale con lui finisce sempre con la tua sconfitta. È solo con la continua perseveranza, infatti, che alla fine mia madre guadagnò una piccola vittoria, che prese le sembianze di nuovo copridivano floreale. Quando mio nonno lo vide disse: “Toh. Come l’avete combinato. Tutto agghindato, sembra star meglio di quanto non stia”. Stavo per alzarmi dalla poltrona per cercare refrigerio nella mia camera da letto, da sempre la più ventilata, quando mio nonno disse:” È il caldo eh?!”. Feci finta di dovermi sistemare meglio, per non fargli capire le mie reali intenzioni e non interrompere sul nascere la conversazione. Mi andava di chiacchierare un po’ con lui. Lo guardai e risposi: “Si. Non so come fai a vestirti così!”. Da quando ho memoria non ricordo di aver mai visto mio nonno con un paio di calzoncini corti. Il suo abbigliamento, o per usare un termine entrato sfortunatamente nel gergo comune, il suo outfit è rimasto immutato nel tempo: camicia a maniche corte, jeans e scarpe chiuse. Se non variasse le tonalità di colore delle camicie, si potrebbe dire comodamente che il suo più che uno stile è una divisa. “È questione di abitudine” disse lui. Le sue ciglia si aggrottarono, chinò la testa e si mise a fissare le mani, che nel frattempo aveva intrecciato sulle gambe. Seguì un lungo silenzio. Se fosse stato con noi un estraneo avrebbe sicuramente detto qualcosa, per assicurarsi che mio nonno non si fosse addormentato. Un po’ come quando al telefono, non sentendo più alcun rumore diciamo: “ehi, ci sei?” per assicurarci di essere ancora in linea con il nostro interlocutore. Io invece non dissi nulla e non ruppi così la magia di quel momento. Sapevo quello che mi aspettava, stavo per essere condotto indietro nel tempo, nei suoi ricordi. “D'inverno non si facevano certo le corse per andare a lavorare, ma comunque si andava volentieri. Almeno, sai, ci si scaldava un po'. D'estate, invece, il caldo non te lo cavavi mai di dosso”. Mio nonno iniziò a lavorare alla fornace di mattoni che era un giovane uomo per il suo tempo, un adolescente per il mio. La fabbrica distava pochi chilometri dalla casa dove viveva con i genitori, quattro fratelli, due sorelle e i nonni materni. Ogni mattina nella piazzola davanti alla chiesa si radunava un piccolo stuolo di uomini e donne, insieme a loro mio nonno percorreva a piedi la strada che lo separava dai forni. Dopo qualche anno imparò il mestiere del muratore e iniziò a girare per i cantieri disseminati nelle colline toscane. “Su quei tetti il sole picchiava sul capo da farti venire le vertigini”. Per quanto il lavoro potesse essere duro, a mio nonno piaceva e imparava in fretta. In poco tempo divenne un vero e proprio artigiano. “Un giorno arrivò a casa lo zi Oreste, il mi fratello, tutto felice. Teneva in mano dei fogli. Diceva che aveva avuto dal nostro zi Francesco i documenti per andare in America. Là cercavano gente che sapesse lavorare. Artigiani, falegnami...” Sapevo che nessuno della mia famiglia era mai stato in America. Mi drizzai sulla poltrona incuriosito. “Tu volevi andare in America?”. “Macché! Alla fine a furia di parlarne mi convinse lui. Poi ero io il fratello più grande, un po' toccava a me”. “Partimmo una mattina d'estate”. Le frasi si facevano via via più brevi, tra l'una e l'altra passavano diversi secondi. “Il mi babbo piangeva disperato. Io lo salutavo dal finestrino del treno, che lasciava la stazione”. “A Empoli scendemmo per prendere la coincidenza con un altro treno. Dovevamo aspettare qualche minuto. Mi guardai intorno, cercavo le mie colline, il mio appennino e non lo trovavo. Lì la Toscana si fa piatta. Guardai negli occhi il mi fratello. Non ci dicemmo nulla. Salimmo su un treno e tornammo a casa”. Pochi mesi dopo mio nonno lavorando nell'oliveto davanti casa, conobbe una giovane donna dai folti capelli corvini, che sarebbe diventata presto mia nonna. “Nonno, non sei pentito di essere rimasto qui?” gli ho chiesto un po' scioccamente. “In America non mi sarei mica arricchito. Quello che facevo qui, l'avrei fatto là. Ma mi sarebbe mancato qualcosa, casa mia. Avevo una grande libertà, quella di poter scegliere”. Alzò la testa, mi guardò negli occhi e aggiunse: ”Speriamo ce l'abbia anche te.” Potersi realizzare nel Paese dove si è deciso di vivere, è una grande libertà.

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