RACCONTO

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#wehaveadream La #libertà di sbagliare, di fare quello che gli altri non si aspettano da noi ed essere ciò che noi non conosciamo ancora.

ELENA SOLITO@elesolito

 Ribes e violetta

Pensava che fosse tutto quello che si sarebbe concessa, il sole sulla pelle a scaldare quella giornata fredda, la dolcezza di quel biscotto fragrante con un interno morbido di ribes e violetta, un lusso e poi quello sguardo. Stringeva tra le mani quel dolce assaporandolo lentamente per prolungare il piacere e sentire quel cuore morbido sciogliersi sulla lunga. Lo aveva visto in quel momento. Aveva chiuso leggermente gli occhi per riaprirli, un gesto istintivo e lo aveva trovato ancora lì. Un sorriso bianchissimo aveva illuminato quella figura elegante infilata in quel completo blu, la pochette chiara nel taschino, i polsini delle maniche che spuntavano di mezzo pollice dalla giacca. “Pare che sia buonissimo”, dice lui passandosi una mano tra i capelli. “Divino”, dice lei, solo un attimo di esitazione, “Assaggia e poi mi saprai dire”, allungando il sacchetto dei dolci, “cioccolato del Venezuela, caffé o pistacchio?” “Cioccolato del Venezuela”. “E’ il mio preferito dopo la violetta”, dice lei. Aveva dato un morso e poi l’aveva guardata dritto negli occhi, avvicinandosi, come se avesse avuto un segreto da confessare: “La prossima volta che qualcuno mi dirà divino, dovrò per forza crederci”. Avrebbe sperimentato quel giorno, le infinte possibilità ed i limiti dello spazio e dei luoghi, nei quali non si sarebbe mai addentrata se non fosse stato per quel suo sguardo. Il luogo, quella stanza in pieno centro città, un palazzotto classico dell’800 con interni in travertino e stucco veneziano, di un eleganza discreta, non chiassosa, moderno ma non minimalista, i colori quelli caldi dello champagne, del biscotto e del caramello. Gli spazi, quella camera, una delle 108 dell’albergo con le lampade in vetro di Murano, i bagni in marmo, i divani morbidi e qualche dettaglio color prugna o malva; e poi quello spazio prossemico abolito in un attimo per via di quel sorriso, nessuna distanza sociale, nessun distanza e basta. Aveva spostato la tenda, lasciando che quel raggio di luce illuminasse il corpo sul letto, tra le lenzuola profumate, mostrandone la fisicità. “Vieni qui”, aveva detto lui. Lo guardava da lontano, adesso, mantenendo un certo distacco, ora che non era più necessario, come se quell’immagine non appartenesse a lei. Avrebbe capito quel giorno, che ogni cosa che sapeva avrebbe cambiato l’ordine delle cose, sovvertito ogni priorità. Sapere di quel desiderio non avrebbe modificato il corso della sua vita, ma rivelato qualcosa di lei; alle spalle il vetro, i rumori della città e quel segreto inconfessabile, all’interno la lucida verità di quel tradimento, in cerca di un qualche rimorso, di una colpa tra le pieghe di quelle lenzuola, nell’odore di quel profumo da uomo diverso da quello che conosceva, nella sua voce che la chiamava. Il luogo, adesso, era l’angolo di quella camera dalla quale poteva distinguere solo l’innocenza del desiderio, innocente quanto il morso di un dolce, irresistibile come quello di ribes e violetta; lo spazio quello impercettibile della mente che, ora, reclamava il suo diritto di scardinare ogni legame per rivendicare quella libertà di sbagliare, di fare quello che gli altri non si aspettavano ed essere ciò che nemmeno lei conosceva ancora. La certezza, insieme a quella della morte, che ineluttabile aveva già colpito la sua famiglia, così da poterne parlare non come qualcosa di astratto ma come parte integrante della sua vita, che c’è qualcosa di imperfetto in tutte le storie, un calcolo che non torna che ti obbliga a rifare i conti, perché anche le cose che credi forti sono fragili, mostrano una loro debolezza che rende vulnerabile anche la libertà.

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