RACCONTO

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#wehaveadream #libertà: correre a perdifiato senza meta in un parco.

ADRIANO MUZZI@Adry_666

 La libertà del vuoto

Sì, lo ammetto, la mia è una fuga. I pugni stretti fino a far diventare bianche le dita, il busto leggermente inclinato in avanti, la gamba sinistra appena flessa. Un refolo di vento mi accarezza i capelli. Stringo gli occhi fino a farli diventare due fessure. Sento l’elettricità statica che mi fa rizzare i peli delle braccia. Davanti a me un sentiero tortuoso che sembra un serpente gigante in mezzo a un mare di erba incolta. Sento i pensieri che spingono nel mio cranio, vorrebbero farlo esplodere: email non inviate, colleghi rancorosi, la multa da pagare, mio figlio che odia la scuola, quella gastroscopia che rimando ormai da mesi, le parole d’amore non dette a mia moglie... Sono partito, è dura: le gambe sembrano trovare una resistenza vischiosa in un'aria fatta di gelatina. Penso: dai, devi solo mettere un piede davanti all'altro, per tante volte. Con la coda dell'occhio vedo un airone che vola basso parallelo al mio percorso, abbasso un po' la testa e accelero. E’ una gara tra me e lui. Poi però io giro a sinistra e lui vira a destra, alto, perfetto, puro come un angelo. Forse lo è. Qualcuno, o qualcosa, sta proiettando nella mia mente spezzoni della giornata appena passata. Mi sento uno spettatore a cui non è stata data la possibilità di scegliere il film da vedere. Chiudo gli occhi, ma le cose peggiorano. Devo scrutare la mia realtà per digerirla, lo so. Intravedo un altro corridore davanti a me: una donna con i capelli lunghi che ondeggiano in maniera ritmica inducendomi uno stato d'ipnosi: visioni di me bambino che corro spensierato in un prato di montagna, ci sono delle caprette, i miei nonni m'inseguono pazienti. Aumento il passo, la sfida è tra me e lei, fino all’ultimo respiro. La supero soddisfatto, sento un brivido lungo la schiena, il piacere della vittoria. Una scusa come un’altra per non mollare. Inizio a sentire lo sforzo: ispiro aria che sembra sia stata incendiata da un satiro dispettoso, i muscoli delle gambe s'irrigidiscono. Mi concentro sul ritmo: deve essere fluido, devo correre con tutto il corpo, non solo con le gambe. Fluido come l’acqua che aggira gli ostacoli e li avvolge, superandoli. Poi con la fatica, come per magia, la mente s'inizia a svuotare gradualmente come se fosse un vaso colmo d’acqua con una crepa sul fondo. Tutti i pensieri defluiscono insieme alle gocce di sudore: il senso di nervosismo, che cova indomabile come brace ardente sotto la cenere, estingue la sua bruciante pressione. Inizia il tratto in salita, cambio marcia così come si fa con le biciclette: passi più corti per affrontare il pendio. I battiti aumentano. Un unico pensiero: andare avanti e non fermarsi mai, camminare non è consentito. E’ il codice non scritto dei samurai della corsa. Dopo mezz’ora di corsa mi sento più leggero, come una mongolfiera che per andare avanti ha dovuto lasciare per strada un po’ di zavorre. Senza pentimenti, senza rimpianti. Nella testa nessun pensiero, sono concentrato solo sull’atto materiale della corsa. Il focus è il movimento meccanico, l’estetica del gesto. Sono un bambino che finalmente felice corre a perdifiato senza meta in un prato. Ora la mia mente è vuota. Sono pronto a ritornare alle cose di tutti i giorni, alla mia famiglia, ai miei impegni, alle mie tante preoccupazioni. Sono pronto a riaccendere le mie antenne, ad ascoltare, a capire. Sono pronto all’immersione totale nel mondo iperconnesso always on. Senza pietà, senza limiti apparenti. Sono fuggito dal prima per ritrovarmi nel dopo. Una corsa a perdifiato dal passato prossimo al futuro imminente. Una macchina del tempo che teletrasporta solo l'anima. Finalmente pronto ad ascoltare l’altro da me. Finalmente pronto a rituffarmi nello splendido quotidiano. Finalmente libero.

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