RACCONTO

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Cedere il posto all'anziano che racconta l'anima della città, ti fa piangere tutte le lacrime della #libertà di abbandonarla. #wehaveadream

VINCENZA IOVINELLA@vickyiovinella

 Allontanarsi dalla linea gialla

Queste mattonelle, lastricate di corse feriali e addii festivi, non mi sono mai apparse più sconnesse. Eppure continuo a camminare per inerzia. Il corpo conosce, meglio di chiunque altro, buche e avvallamenti del percorso, e lascia libera la mente. La #libertà è il mio tormento. Libertà di cambiare rotta, di lasciar partire le navi in totale assenza di vento, libertà di abbandonare il sentiero, di voltare tutte le pagine fino alla quarta di copertina. Libertà di modificare il titolo sul dorsetto e riscrivere il libro per intero, fin dal principio. Quanta fatica del cuore mi costerà lasciare su quest’asfalto tutti quei pezzi che sono ancora in vita – penso. Non ho mai creduto che si vivesse più leggeri senza il peso degli affetti. Ho conosciuto il dolore della perdita imposta e quasi mi rifiuto di ammettere la possibilità di una perdita inflitta, pianificata. In parte desiderata. Quanto entusiasmo per il futuro a venire. Quanta angoscia per quello altrui a cui si sta per rinunciare. Ogni ruolo richiesto o naturalmente ottenuto s’infrange in una valanga di ore d’attesa, d’impotenza, di lontananza. Appare sempre inconcepibile quella forma di vita nuova che ci costringe, per rinascere, a stare a guardare mentre un po’ della sua essenza muore. La metro è stracolma come sempre e sono finita, mio malgrado, a guardare le mie scarpe rosse a distanza ravvicinata. Sedersi è una condizione ambita, in questo caos. Eppure riesco a ottenerla sempre quando non mi sforzo di raggiungerla, appunto nel memorandum delle piccole leggi della vita. Il passaggio dalle mie alle sue, di scarpe, mi sembra un raccordo perfetto. Non mi ero neanche accorta fosse lì e lo guardo assorto nel mio stesso metodo di raccoglimento ‘Non ho niente che possa valere la pena perdere – sembra pensare – fuorché questi piedi e queste scarpe. Niente che possa procurarmi la pena della resa. Cosa vuoi che sia un giorno in meno se smetti di contarli?’. Il suo volto comunica in un’espressione muta, scolpita dai dissapori e dalla malnutrizione. ‘Si vuole sedere’ – penso tra me. ‘Si vuole sedere?’ – grido nel rumore. Lui si guarda intorno per un momento e poi s’illumina. ‘Io vado sempre a piedi tutti i giorni, da casa mia alla metropolitana. Vado a Mergellina. Pure se gli occhi non mi funzionano tanto bene, lo posso sentire con il naso e pure con le orecchie.’ ‘Cosa?’ – gli chiedo io. ‘O’ mare’ – risponde senza esitazione. ‘Io mi sono innamorato due volte nella mia vita, signurì. Quando ho conosciuto mia moglie, che adesso non c’è più, e quando ho visto per la prima volta il mare. Sorrido perché la riconosco, questa storia. E’ così che questa città ti frega. Ti costringe a sapere ogni segreto, a riconoscere ogni angolo buio, a stare alla larga da ogni faccia storta, a fare il callo alla paura e poi, ti mostra il mare. E tu le perdoni ogni tradimento, anche solo per quel momento. ‘Successe anche a me. Quando mi capitò di svegliarmi in città. E’ una bella sensazione, quasi inspiegabile.’ ‘E come lo spiegate, signurì? – mi richiama – Certe cose mica si spiegano? Che pure se uno le spiega, l’altro mica le capisce? Io pure mi sono innamorato come voi, guardando il mare a prima mattina. Ma per me era diverso. Io non stavo qua. Io stavo in Germania. Ci sono andato perché ci dovevo andare. Qua non ci stava niente e io tenevo già due figli. Ci sono andato, si,, ma senza voglia. Ho lavorato, eh se ho lavorato! Però non mi riuscivo a rassegnare. Si poteva bere ma vi restava la sete, non so se mi capite. Mi credete se ve lo dico? Io così ho capito che dovevo tornare, perché mi svegliavo e quando aprivo gli occhi vedevo il mare. Mia moglie diceva che ero pazzo. Ma poi qua non mi è successo più. Come mai secondo voi? Uno il cuore lo lascia dove lo lascia. Fa finta di dimenticare dove lo mette ma quello glielo ricorda e dice “vienimi a prendere, io sto qua, vicino al mare“’. Faccio fatica a trattenermi. Cedere il posto all'anziano che racconta l'anima della città, ti fa piangere tutte le lacrime della libertà di abbandonarla. Abbasso lo sguardo. Le scarpe mi sembrano scomparse proprio adesso che le cerco per nascondermi. Deve aver capito perché mi tocca la spalla. Si è alzato. E’ arrivato alla sua fermata. La mia è già passata da un pezzo. ‘Non vi preoccupate, signurì, a voi non vi succede. Voi sapete da dove venite. E quando ve ne andate voi, vi portate appresso pure il mare’. C’è una nuova macchia sulla sua scarpa destra ma lui non ci fa nemmeno caso ed io sono incapace di seguire oltre, con lo sguardo, la sua figura che si allontana. Decido di scendere alla fermata successiva. Dovrò prendere un’altra corsa, andare in un’altra direzione, cercare un’altra coincidenza. Dovrò varcare la soglia. Farmi coraggio. Muovere il primo passo. Allontanarsi dalla linea gialla. Attendere il treno, camminando a un altro ritmo. Quello che ti danno le scarpe di chi appartiene al mare.

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