RACCONTO

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lunacalante. decrescere, eliminare, depurarsi e lasciar andare: il nuovo #inizio di me stessa è uno spicchio di luce nel cosmo #wehaveadream

VALERIA GENTILE@kindlerya

 Lunacalante

Trentasei. Trentasette. Trentotto. C’è una lancetta dei secondi nella testa di Ilenia come un rubinetto che perde. Si rigira nel letto perché si sente un tempo fisico addosso, tra il sudore e il lenzuolo, che le dà la nausea e le toglie il sonno. Non è più un’idea, un metro teorico, un criterio astratto: il tempo è diventato un corpo dentro al suo corpo, un’essenza da studiare e distillare, un andamento concreto della sua frettolosa malinconia. Sta ad ascoltare i mille rumori del silenzio in città, cercando un segno, un ritmo. Un latrato s’alza dal quartiere buio, un rombo di camion sfila sull’asfalto, si snoda la goccia intermittente della mente. Ma niente.

Il profumo dell’incenso è una cenere sul comodino, pensa, neanche il tempo di una notte per consumare una fiammella spenta. Le pareti della camera da letto inquadrano il palcoscenico della rincorsa e della vita sempre trascorsa, ma senza far niente. Troppi libri impilati fino al soffitto, non letti ancora; la luce del lampione sulla tapparella, una bottiglia d’acqua vuota sulla sedia. Il frigo, di là, è quasi vuoto anche lui. Un sospiro le nasce dentro al petto come un pensiero: come lo acchiappo, come lo prendo questo giorno che è appena nato? Dove va, in che direzione inseguirlo? In una diagnosi avvilente, si rende conto che è lo stesso dubbio che lei vive da giorni, settimane e mesi interminabili; anzi no, si siede sul letto con le gambe a penzoloni e le mani poggiate sulle cosce: è il dubbio a vivere lei.

Insomma, che cosa ne è stato della passione per la danza? Che cosa ha fatto della vita, nella vita? Si alza con la flemma isterica di una luce al neon perennemente accesa, che non trova pace e che quindi non è mai del tutto attiva, sveglia. Camminata disconnessa fino al guardaroba; ma ritta, percettiva per accogliere – sì, esattamente questa notte – la risposta che cerca. Indossa per intimo un pizzo di bianca insofferenza, poi si infila nel cappotto grigio a pois rossi ed esce. No, stasera non chiederà consiglio alla sua amica Alice, a sua madre, alla naturopata emozionale, al mazzo dei tarocchi né alle spirali di incenso del taiwanese monco. Stasera questo tempo lei lo vuole cacciare senz’arco né frecce, senza mira né inganno: a mani nude.
Non ha mai visto il plenilunio dal tetto e questa, pensa, è la notte giusta per farlo.

Sono le zero quattro e quindici, sedici, diciassette. Qual è il nuovo inizio di me stessa?, continua a chiedersi Ilenia a ogni scocco nella mente impertinente.

Eppure, arrivata sul tetto, il plenilunio è finito da un attimo. La luce rotonda è diminuita di un soffio, di uno spiffero, di un sospiro ironico tra il sudore e il lenzuolo. La prima lunacalante, pensa Ilenia delusa - sempre in ritardo come un orologio ingoiato. Fa uno sbuffo che dice dov’è andato quell’altro pezzo di luna, come riacciuffo quell’altro spicchio di me? Dal tetto la città è un presepe di cioccolato fondente, illuminato qua e là da stelline di zucchero bianco raffinato. Un incrocio lampeggia di giallo e nessuno passa. Una pipì di cane si intravede sin da quassù, così nitidamente che Ilenia ne percepisce il tanfo. Una macchina ammaccata, un’aiuola ben curata.
Tutto il disordine è in ordine.
Silenzio.

E si mette a scalare con lo sguardo la luna che cala, scende, si assottiglia, sfuma. Decresce, perde, rallenta Ilenia come la luna, s’immedesimano l’una nell’altra e ora è lei ad essere curva, gancio per abbracciare il nulla, arrotolata su se stessa con il buio in gola. Seduta sul cornicione del tetto a ululare senza voce i suoi sospiri che vogliono dire ora ho capito, ma certo, prima di iniziare mi devo svuotare, depurare, disinfettare.
Fa un cenno di complicità al cielo e corre via, giù per le scale e gli anditi e i piani e i pianerottoli, si sfila il cappotto gettandolo a terra e poi si tuffa in bagno a vomitare, a orinare, a defecare, a perdere sangue dal naso, lacrime dagli occhi, secondi dalla testa.

Cinque, sei, sette, otto.
E comincia a danzare, vuota e fresca sulle mattonelle blu.

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